Per D&D il BIM è uno strumento che riduce al minimo il rischio di errori in fase di progettazione e costruzione e che si rivela altamente efficace anche nella gestione e manutenzione degli edifici. Ce ne parla Elena De Stefano, CEO.

Come nasce la vostra realtà e come si è sviluppato il vostro interesse per il BIM?
D&D opera nel mercato dell’architettura e dell’ingegneria da trent’anni: siamo attivi dal 1996. I fondatori provengono da un’impresa di costruzioni e hanno avuto l’intuizione di mettere le competenze maturate al servizio dei processi più tecnici della progettazione e del cantiere. Siamo una realtà che si distingue perché supportiamo e ci integriamo anche con i designer delle opere: non ci concentriamo sul concept, ma interveniamo sul coordinamento e sull’ingegnerizzazione del progetto. Il BIM è entrato gradualmente nel nostro lavoro, quando ancora non esistevano strumenti maturi. Il nostro imprinting è sempre stato quello di affrontare la progettazione a 360° e questo ci ha portati naturalmente verso il metodo BIM.
Ci siamo sentiti pionieri: avevamo già sperimentato la progettazione tridimensionale prima che diventasse uno standard ormai oltre un decennio fa. Per noi il BIM è stato il punto di arrivo di un percorso già avviato. Oggi ci permette di completare i progetti con modelli tridimensionali ricchi di informazioni utili a chi li utilizzerà poi nel tempo. Lo consideriamo soprattutto uno strumento per la gestione e la manutenzione degli edifici: non si può costruire senza valutare previsionalmente ciò che accadrà dopo.
Come vi siete strutturati internamente?
In una fase iniziale, abbiamo adottato un approccio sperimentale, introducendo progressivamente gli strumenti e consolidando le competenze in modo graduale. Successivamente
abbiamo definito una struttura organizzativa dedicata, individuando la figura di un BIM Manager che ha guidato e supportato l’evoluzione del processo.
Il percorso di crescita si è sviluppato in modo sinergico, formando professionisti in grado di coniugare competenze progettuali e padronanza degli strumenti digitali.
Per noi il BIM rappresenta infatti un elemento integrato nel processo di progettazione, non un ambito separato: il progettista è anche l’utilizzatore consapevole delle tecnologie.
In che modo il BIM vi rende più competitivi?
Poiché svolgiamo soprattutto attività di coordinamento, abbiamo riscontrato un enorme vantaggio. Il BIM ci ha permesso di rendere i processi di verifica interdisciplinare molto più fluidi e di individuare in anticipo le reali interferenze nei progetti in corso. Questo ci ha reso davvero competitivi.
Quali sono le principali tipologie di clienti con cui lavorate?
Crediamo molto nel recupero del territorio e delle aree dismesse. Lavoriamo su progetti di grandi dimensioni, ma preferiamo interventi che possano in qualche modo ridare qualcosa anche ai cittadini in termini di riqualificazione e vivibilità urbana. A Milano, ad esempio, abbiamo seguito un progetto a cui tengo particolarmente: la rigenerazione dell’ex area abbandonata di via Antegnati, nella zona sud.
È stato un progetto molto avvincente perché abbiamo affiancato gli investitori dalla due diligence, supportando poi l’intero gruppo di progettazione e promuovendo l’utilizzo del BIM fino alla fase di appalto e costruzione.
I committenti comprendono il valore del lavoro di engineering?
Non sempre c’è piena consapevolezza del valore di questo lavoro, che ritengo importante quanto l’ideazione del concept, soprattutto per la sua capacità di anticipare i fattori legati alla reale costruibilità dell’opera e alla sua futura manutenzione, oggi tema cruciale per molti investitori. Trasmettere l’importanza del BIM come garanzia di governabilità di queste variabili non è semplice: incontriamo difficoltà dovute anche alle dinamiche di mercato, che spesso hanno definito modelli di business poco produttivi.
Esiste spesso una divisione tra reparto BIM e reparto progettazione, ma per noi la metodologia BIM deve essere parte integrante del progetto. Separarle significa perdere il valore aggiunto del metodo sia in termini di qualità del progetto sia in termini di tempi di progettazione e coordinamento.
Qual è, secondo voi, l’anello debole del settore delle costruzioni?
Alcuni progettisti ed imprese di medio-piccola entità faticano ancora a integrare il metodo. Molte realtà italiane provengono da un’impostazione di lavoro “antica” o comunque molto collaudata e sono poco avvezze ad introdurre innovazione. C’è una certa tendenza a restare nella propria comfort zone.
Il BIM viene percepito come un impegno e come un costo elevato, anche in termini di riorganizzazione, ma in realtà è un valore aggiunto ormai essenziale: uno strumento che migliora la qualità del progetto e ne rende più efficienti i flussi.
Lavorate anche con la pubblica amministrazione?
Sì, Abbiamo di recente concluso un’iniziativa con la ASL di Novara per l’ampliamento dell’ospedale di Borgomanero: per noi è stata anche un’importante occasione di confronto con il nuovo Codice degli Appalti.
In quel caso c’era un progettista locale che ha seguito il concept, mentre noi abbiamo accompagnato tutte le fasi successive fino alla validazione, conclusa positivamente pochi mesi fa. Il dialogo con la committenza pubblica è ovviamente più complesso, anche per le implicazioni burocratiche connesse, ma siamo comunque riusciti a trovare la giusta sintonia rispetto a un obbiettivo comune: costruire un progetto di elevata qualità.
C’è un altro progetto significativo che vuole raccontare?
Siamo molto attivi anche nel settore dei data center. Abbiamo partecipato attivamente a progetti di Microsoft a Settala e a quelli di Equinix a Settimo Milanese. Stiamo per concludere anche un’altra iniziativa a Vellezzo
Bellini promossa da Stack. I data center rappresentano sfide importanti, soprattutto dal punto di vista del coordinamento interdisciplinare, delle verifiche normative e della security: è un settore progettuale complesso, che richiede una preparazione tecnica e BIM molto rodata e proattiva. Inoltre, si tratta di progetti molto rapidi, con tempi e fasi serratissimi.
Per fortuna in questi casi la committenza è quasi sempre straniera e questo facilita molto la comunicazione anche sul piano del BIM, perché ne conoscono già il valore e ne richiedono quindi l’applicazione con livelli di maturità digitali elevati.
Quali sviluppi futuri immaginate?
Stiamo lavorando attivamente per ottenere la certificazione aziendale in ambito BIM: è un obiettivo a cui teniamo molto, sia come professionisti che come direzione.
La certificazione non ci è indispensabile nell’operatività quotidiana, ma rappresenterebbe per noi un riconoscimento del know-how che abbiamo sviluppato. Per il settore pubblico, invece, è ovviamente sempre più necessaria.
State pensando di integrare anche l’Intelligenza Artificiale?
Sì, da più di un anno abbiamo attivato un’unità dedicata, con l’obiettivo di automatizzare una serie di attività standard. Attraverso lo sviluppo di specifici plug-in, stiamo investendo nell’implementazione di soluzioni basate su IA per delegare le operazioni ripetitive, concentrando così le nostre risorse intellettuali sulle attività a maggiore valore strategico e progettuale.

















