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Diletta Roncacé: Il BIM non è solo modellazione 3D o gestione di parametri, è etica, processo, coordinamento

L’architetto Diletta Roncacé si è laureata in Architettura all’Università di Camerino sede di Ascoli Piceno e si è resa subito conto dell’importanza di un approccio più digitale alla progettazione. Questa intuizione l’ha portata a specializzarsi con un Master in BIM Management all’università IUAV di Venezia. Ha trasformato un percorso accademico in un vantaggio competitivo concreto. Oggi opera, insieme a un pool di professionisti e collaboratori esperti consolidato negli anni, come consulente e libera professionista, accompagnando studi, imprese e stazioni appaltanti nella sfida della digitalizzazione dei processi.

Qual è il suo percorso di studi e professionale che l’ha portata al BIM?
La mia base è l’Architettura, studiata all’Università di Camerino, sede di Ascoli Piceno. Subito dopo ho sentito la necessità di approfondire gli strumenti per il controllo del progetto con un master in BIM + BIM Management allo IUAV di Venezia: un percorso molto intenso, 1.500 ore di formazione con docenti che portavano in aula esperienze professionali concrete. A causa del Covid ho concluso il master nel 2021, ma è stato un passaggio fondamentale.
Terminati gli studi, mi sono allontanata dalla professione tradizionale e ho iniziato a sperimentare la digitalizzazione e a lavorare implementando il BIM nei miei processi. Ho iniziato collaborando con una società con sede a Roma ma operativa nelle Marche, impegnata in un grande appalto per l’Agenzia del Demanio incentrato sul rilievo e recupero di vari immobili sparsi sul territorio nazionale. Era una realtà multidisciplinare e vibrante, e questo mi ha permesso di sperimentare fin da subito un approccio al BIM realmente collaborativo.
Parallelamente ho iniziato a costruire la mia attività da libera professionista tra Marche e Abruzzo, mantenendo sempre un forte legame con il cantiere, il BIM management non si fa solo dietro un monitor. Per me è essenziale: vedere, toccare, parlare con le maestranze è alla base di una buona progettazione. Oggi purtroppo questa dimensione si sta un po’ perdendo. Qui mi sono spesso confrontata con professionisti molto esperti ma non abituati a questa metodologia: paradossalmente, il BIM mi permetteva di avere una conoscenza del cantiere più approfondita della loro.
Portando avanti sia la parte di cantiere sia quella digitale, ho iniziato a collaborare a progetti di fattibilità tecnico-economica o progetti esecutivi volti al restauro di edifici storici e oltre che a interventi di nuova costruzione in ambito pubblico, anche di una certa complessità. Il BIM, in questo senso, diventa una sfida di diplomazia, non è solo modellazione 3D o gestione di parametri: è etica, processo, coordinamento. Devi far dialogare figure diverse e avere una profonda conoscenza della commessa per garantire che il processo non si frammenti. In fondo, il mio lavoro è tenere insieme i pezzi di un puzzle molto complesso attraverso il dato digitale.
Oggi il mio core business è la consulenza per società e imprese. Mi occupo non solo di modellazione, ma soprattutto di management e coordinamento in fase di progettazione e realizzazione. Le società di medie dimensioni lavorano spesso in raggruppamento, e questo genera frammentazione di ruoli e responsabilità: serve molta forza per tenere insieme il processo.
Un progetto significativo recente è stato il Pinqua di Ascoli Piceno, in particolare il recupero di edifici storici come Palazzo Saladini. Lavorare su un edificio complesso e stratificato, in un contesto vincolato, significa far dialogare molte figure diverse e richiede una conoscenza quasi maniacale dell’edificio.

Quali vantaggi porta il BIM nel suo lavoro?
Il BIM mi ha permesso di affrontare commesse più complesse, estrarre computi e render in modo rapido, gestire la documentazione di cantiere in maniera più ordinata. Anche per la sicurezza è uno strumento prezioso. Molte interferenze si risolvono prima di arrivare sul posto, un processo digitale ben strutturato non è un vezzo tecnico, ma una necessità etica. Significa meno varianti in corso d’opera, una gestione dei costi reale e, soprattutto, meno stress per tutta la filiera. Il BIM deve essere lo strumento che restituisce dignità al cantiere.

Il valore del BIM viene riconosciuto?
Purtroppo no. Il BIM, per come viene spesso interpretato oggi, è un’occasione sprecata. Lo riduciamo a modellazione 3D quando invece è l’unica vera leva per rendere il cantiere un luogo prevedibile e non un terreno di improvvisazione. Il mio lavoro non è ‘fare BIM’, ma costruire ponti digitali tra il foglio bianco della progettazione e la realtà polverosa del cantiere.
Nelle realtà in cui lavoro spesso è percepito come “una cosa in più”, che deve costare poco e alla quale ci si dedica solo “a posteriori”. Non c’è consapevolezza del risparmio di tempo e risorse che potrebbe generare. Se lo capissero, molte realtà potrebbero prendere più lavori e gestirli decisamente meglio e con meno risorse.

Avendo una visione trasversale, qual è l’anello debole della filiera?
Negli appalti pubblici spesso il problema nasce a monte: nei capitolati e nelle richieste delle stazioni appaltanti. Spesso non è chiaro cosa vogliano davvero ottenere da un modello BIM. Il rischio è produrre “mostri digitali”: modelli pieni di dati inutili dimenticando che il dato deve servire a chi costruisce. Se un parametro non aiuta l’impresa a decidere o non aiuta la stazione appaltante a gestire, è rumore. La mia sfida quotidiana è pulire il processo, non complicarlo.
C’è poi il tema della formazione: cresce l’interesse per prodotti migliori e, parallelamente, si avverte la necessità impellente di aggiornare una normativa che deve farsi più chiara e aderente alla realtà operativa. Tuttavia molte società sottovalutano ancora il processo. Paradossalmente, nei progetti più complessi sono proprio le imprese le più curiose a chiedere consulenze per capire come usare il modello in cantiere, hanno intuito che possono risparmiare soldi e tempo.

C’è un progetto che ha segnato in modo particolare la sua crescita professionale?
Direi che la mia crescita è stata segnata dalla gestione di scale e complessità molto diverse tra loro.
Un esempio significativo è stato Uno degli edifici del progetto Pinqua: sono intervenuta fin dalla fase di concept e questo mi ha permesso di gestire il BIM in modo molto più fluido, e coerente. Anche l’impresa aveva una struttura solida e la collaborazione è stata ottima.
Nelle mie consulenze ho lavorato anche su opere d’arte – ponti, strade – avvicinandomi a Civil 3D e ai capitolati ANAS, che seguono logiche diverse. È stato molto stimolante: mi piace studiare i capitolati per capire la visione che c’è dietro. Tra le sfide delle opere d’arte mi è piaciuto molto lavorare alla redazione del PFTE per la messa in sicurezza sismica di sei viadotti prioritari delle autostrade A24 e A25.
Infine, non posso non citare l’intervento sulla Mole Vanvitelliana ad Ancona. Lavorare su un monumento di tale importanza per il miglioramento sismico richiede passione per la professione. Senza un approccio digitale integrato, gestire la stratificazione e le criticità di un edificio monumentale sarebbe un’impresa quasi impossibile.

 

mm

Giornalista professionista della redazione di BIMportale, dopo i primi anni a rincorrere notizie di cronaca e attualità ha deciso di fermarsi per seguire più da vicino il mondo dell’architettura e del design. Collabora con diverse testate di questo settore alla ricerca di progetti e nuove iniziative da raccontare e descrivere con una particolare attenzione alle idee più innovative approfondendo anche tematiche legante al rispetto dell’ambiente e alle fonti rinnovabili.


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