Guadagnino Cattaneo Architetti è uno studio di architettura e interior design con sedi a Milano e Barcellona, fondato da Alessandra Guadagnino e Mattia Cattaneo. Nato dall’incontro tra due professionisti con background differenti ma fortemente complementari: da un lato una solida esperienza nel BIM management e nei processi digitali, dall’altro una consolidata competenza nella progettazione architettonica e interior. Lo studio racchiude oggi diversi professionisti, dove ognuno porta qualità e sensibilità diverse che, insieme, si intrecciano e si rafforzano, dando forma a un sistema unico, fluido ed efficiente.“Arriviamo tutti da esperienze progettuali
in contesti complessi – racconta l’architetto Mattia Cattaneo fondatore dello studio – che ci hanno insegnato ad ascoltare, adattarci e trovare soluzioni concrete. Lo studio ha sviluppato progetti significativi nei settori hospitality, residenziale e workspace, costruendo un approccio che integra rigore tecnico e sensibilità progettuale. Il nostro lavoro si fonda su un equilibrio tra precisione, attenzione al dettaglio e capacità di interpretare il contesto, con l’obiettivo di realizzare un’architettura di qualità, accessibile e orientata al benessere delle persone”.
In tema di digitalizzazione, il BIM è la “rivoluzione” forse più drastica. Come avete approcciato il tema BIM e come lo avete implementato nella vostra realtà?
Nei nostri 10+ anni di esperienza nel settore abbiamo sempre lavorato in BIM, pertanto è il nostro metodo di lavoro consolidato. Per noi è stato fin dall’inizio un modo di pensare il progetto, non un software da introdurre. Questo cambia completamente il punto di vista: il modello non è una rappresentazione finale, ma lo spazio in cui il progetto prende forma, si verifica e si coordina. Questo ci ha permesso di costruire workflow solidi e consapevoli, dalle prime fasi di concept fino alla progettazione esecutiva. Un metodo efficace e strutturato che ci permete di aumentare la qualità e il controllo dei nostri progetti. Allo stesso modo riusciamo a supportare grossi studi di progettazione nel momento in cui hanno la necessità di esternalizzare progetti o parti di esso.
Come è organizzata in ottica BIM e digitalizzazione la gestione delle commesse e dei processi?
Il modello informativo è il centro della commessa, non un output. Tutte le decisioni progettuali passano da lì: coordinamento, verifiche, gestione delle informazioni. Questo consente di avere un controllo reale del progetto, non solo documentale. Lavoriamo con flussi strutturati e ambienti condivisi che garantiscono coerenza e tracciabilità, ma soprattutto riducono le ambiguità. Il risultato è un processo più diretto, meno ridondante e più
affidabile.
Avete riorganizzato l’organico inserendo personale appositamente formato per il BIM? Ci sono professionalità certificate ai sensi della UNI 11337?
Nel nostro caso, il BIM non ha richiesto una riorganizzazione successiva, ma ha contribuito fin dall’inizio alla definizione della struttura del team composto da professionisti certificati. Lavorando esclusivamente in BIM, è sempre stato un requisito fondamentale per tutti i nostri collaboratori. Le competenze BIM fanno parte del nostro background e vengono integrate trasversalmente nelle attività dello studio. Questo ci consente di lavorare con un team snello ma altamente qualificato, in grado di gestire in modo efficace sia gli aspetti progettuali che quelli informativi.
Quali vantaggi ritenete possa apportare il BIM alla gestione di commessa e alla qualità in generale del vostro lavoro?
Il BIM se usato bene è un moltiplicatore di qualità. Permette di prendere decisioni migliori, prima. Riduce le incoerenze, rende il coordinamento più solido e soprattutto mette ordine nella complessità. La vera qualità non è legata unicamente alle competenze tecniche sui software ma è nella capacità di avere una visione più chiara del progetto in ogni fase.
State affrontando anche altre tematiche legate alla digitalizzazione? LaserScan, IoT, AI…
Sì, ma con un approccio molto selettivo: non ci interessa accumulare strumenti, ma capire quali hanno un impatto reale sulla nostra realtà e sui nostri lavori. In questo senso supportiamo attivamente Clev, una startup che sta sviluppando un copilot per architetti fortemente integrato con la metodologia BIM. È un tema che ci interessa molto perché introduce un cambio di scala: l’intelligenza artificiale non come automazione marginale, ma come parte del processo progettuale. Per noi è una direzione naturale. Lavorando in BIM da anni, siamo già abituati a progettare attraverso dati strutturati. L’AI è il passaggio successivo.
Come cambia il rapporto tra gli attori del processo dovendo gestire un progetto BIM? Lo scambio di dati e la collaborazione è una realtà o ci sono delle criticità ancora da superare?
Quando tutti gli attori sono allineati, il livello di collaborazione cambia radicalmente: meno interpretazioni, più dati, meno conflitti a valle. Il problema è che questo allineamento non è ancora la norma: il BIM viene spesso
adottato in modo parziale, limitandosi magari alla modellazione tridimensionale senza integrare pienamente dati, processi e collaborazione tra le diverse discipline. Questo approccio frammentato ne riduce fortemente il potenziale, perché impedisce di sfruttare il BIM come vero strumento di gestione integrata del progetto. In questi contesti, il coordinamento diventa un elemento cruciale. Non si tratta solo di “mettere insieme” i vari modelli, ma di garantire coerenza, comunicazione e integrazione tra tutti gli attori coinvolti (architetti, ingegneri, impiantisti, imprese). Il coordinamento assicura che le informazioni siano aggiornate, condivise correttamente e utilizzate in modo coerente lungo tutto il ciclo di vita del progetto. Inoltre, permette di individuare e risolvere tempestivamente interferenze (clash), incongruenze progettuali e lacune informative, riducendo errori, tempi e costi. In assenza di un utilizzo pienamente maturo del BIM, quindi, il coordinamento diventa il vero fattore abilitante: è ciò che consente di colmare le lacune di un’applicazione parziale, trasformando una somma di modelli separati in un sistema informativo realmente integrato e funzionale al progetto.
Può descriverci, tra i molti, qualche progetto su cui sta lavorando nell’ambito del quale in BIM ha un ruolo particolarmente significativo?
Tra i progetti su cui stiamo lavorando, uno particolarmente significativo dal punto di vista dell’utilizzo del BIM è un complesso residenziale a Rho. Si tratta di un edificio di otto piani caratterizzato da una volumetria pulita, arricchita dal gioco dinamico tra finestre e terrazze, che genera una facciata composta da volumi sfalsati in una composizione armoniosa. In questo progetto, così come in generale nel nostro approccio, il BIM viene utilizzato in tutte le fasi progettuali. Nel progetto a Rho il BIM ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nello studio e nella gestione delle diverse opzioni di facciata, sia in termini estetici che quantitativi. Grazie al modello informativo è stato possibile confrontare rapidamente più
soluzioni progettuali, valutandone l’impatto formale e, allo stesso tempo, ottenere quantità accurate utili alla determinazione dei costi. Questo ha permesso di supportare le scelte progettuali con dati oggettivi, migliorando il controllo economico e la qualità complessiva del progetto. Allo stesso tempo, il modello BIM è uno strumento essenziale per diverse analisi e verifiche: dall’analisi illuminotecnica allo studio dei vincoli urbanistici, fino alla definizione dell’area di galleggiamento, al calcolo dei rapporti aeroilluminanti (RAI) e alla verifica delle superfici. Questo consente di avere un controllo continuo e integrato del progetto.
Sta registrando un impulso del BIM negli appalti di lavoro pubblici, che ora è cogente sopra soglia, può essere un elemento di maggiore trasparenza e di reale competitività nelle gare?
Sì, ma solo a determinate condizioni: da solo, l’obbligo non basta a garantire né trasparenza né reale competitività. L’introduzione del BIM negli appalti pubblici, oggi obbligatorio sopra determinate soglie, rappresenta senza dubbio un passaggio importante. Consente infatti di spostare almeno in parte la valutazione delle offerte su elementi più oggettivi, come la qualità informativa, l’organizzazione dei processi e la capacità di gestione digitale del progetto. In questo senso, il BIM può diventare un vero fattore abilitante per una maggiore trasparenza, perché rende più tracciabili decisioni, modifiche e responsabilità lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. Tuttavia, il rischio concreto è che venga interpretato come un semplice adempimento formale: documenti BIM prodotti solo per soddisfare i requisiti di gara, modelli poco strutturati,
capitolati informativi generici o non verificati. In questi casi, il BIM perde la sua efficacia e non incide realmente né sulla qualità del progetto né sulla correttezza del confronto competitivo. Perché il BIM contribuisca davvero a trasparenza e competitività, è fondamentale il ruolo del coordinamento e della competenza, sia lato stazione appaltante sia lato operatori economici. La committenza deve essere in grado di definire requisiti chiari (come un capitolato informativo ben strutturato) e di verificarne l’effettiva applicazione. Dall’altra parte, i concorrenti devono dimostrare non solo di “avere il BIM”, ma di saperlo usare in modo coerente, integrato e orientato alla gestione del processo. In questo equilibrio, il coordinamento diventa ancora una volta centrale: è ciò che garantisce che le richieste della gara si traducano in modelli e informazioni realmente utili, confrontabili e verificabili. Solo così il BIM può smettere di essere un vincolo normativo e diventare uno strumento concreto di qualità, trasparenza e competizione leale.
Qual è dal suo punto di vista lo scenario del BIM in Italia?
Dal nostro punto di vista, lo scenario del BIM in Italia è oggi in una fase di consolidamento dopo una crescita significativa negli ultimi anni. Non si tratta più di una pratica d’avanguardia riservata a pochi casi pilota, ma di uno standard sempre più diffuso, soprattutto nei contesti strutturati e negli appalti pubblici.
È vero che permangono livelli di maturità molto diversi tra organizzazioni e territori: accanto a realtà altamente evolute, esistono ancora approcci più superficiali o frammentati. Tuttavia, il quadro complessivo è positivo. Si registra un aumento della consapevolezza del valore del BIM, una diffusione più ampia delle competenze e, soprattutto, lo sviluppo di una cultura del progetto più orientata ai processi e alla gestione delle informazioni.
Proprio qui si gioca la vera evoluzione: la differenza non sarà più fatta dagli strumenti dichiarati o dalla semplice adozione del BIM, ma dalla qualità dei processi con cui viene applicato. Questo è un segnale incoraggiante, perché indica un passaggio da un utilizzo formale a un impiego più consapevole e maturo, in cui il BIM diventa realmente un supporto decisionale e non solo un requisito da soddisfare.
In prospettiva, questa trasformazione può tradursi in un miglioramento concreto della qualità del costruito, in una maggiore efficienza nella gestione dei progetti e in una riduzione delle criticità lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. Il vero salto, quindi, non è più tecnologico, ma culturale e organizzativo.






















