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Luigi Fradiani: persone e metodo al centro della trasformazione digitale

Dall’Università dell’Aquila alla fondazione di Co.Hub S.T.P.: percorso, metodo e visione di un BIM Manager certificato ICMQ che lavora tra innovazione digitale, gare pubbliche e cantieri della ricostruzione post-sisma.

La trasformazione digitale del settore delle costruzioni non passa soltanto attraverso software e standard, ma soprattutto attraverso persone capaci di tradurre tecnologia e metodo in pratica operativa. Luigi Fradiani, Ingegnere Edile-Architetto con base a L’Aquila, appartiene a questa categoria di professionisti: progettista, consulente e BIM Manager certificato ICMQ, è oggi tra i promotori di una cultura della gestione informativa applicata alla progettazione e alla riqualificazione edilizia.

Partiamo dall’inizio: quando nasce il suo percorso professionale e formativo?
Ho iniziato gli studi all’Università dell’Aquila nel 2008, iscrivendomi a Ingegneria Edile-Architettura, un anno prima del terremoto. Questo inciso sul terremoto non è un semplice dettaglio biografico, ma è fondamentale per comprendere il contesto in cui operiamo. Ha cambiato tutto: ha cambiato la percezione della sicurezza, ha cambiato il modo di vedere gli edifici e ha stravolto le modalità operative delle imprese di costruzione in questa zona. Ancora oggi i segni sono evidenti e si stima che i lavori di ricostruzione delle aree colpite termineranno non prima del 2035-2040.
Tornando a noi e al mio percorso, l’incontro con il BIM è stato quasi fortuito, dettato inizialmente da un’esigenza molto pragmatica. Ho iniziato la mia conoscenza del BIM al secondo anno di università, banalmente per velocizzare i miei prospetti e le mie sezioni progettuali. Chi ha studiato architettura sa quanto tempo richieda la modifica di un progetto bidimensionale: sposti una finestra in pianta e devi ricordarti di ridisegnarla in tutti i prospetti e le sezioni. Ecco, la velocità con cui riuscivo a modificare i miei progetti grazie alla modellazione parametrica mi ha, per così dire, “illuminato”. Ho capito subito che non si trattava solo di “disegnare più velocemente”, ma di avere un controllo totale sul progetto. Quella scintilla iniziale si è trasformata in passione e studio approfondito. Non mi bastava più usare il software per risparmiare tempo, volevo capirne le potenzialità informative. Ho deciso quindi di inserire il BIM anche nella mia tesi di laurea. Il lavoro si è concentrato sul rilievo completo di un borgo aquilano e la realizzazione di un piano di cantierizzazione “diffuso”, e questo realizzando un modello caratterizzato in BIM. È stata una sfida notevole: passare dalla nuvola di punti o dal rilievo tradizionale alla modellazione di un tessuto storico danneggiato è stata la palestra migliore che potessi desiderare.

Dopo la laurea come si è sviluppata la sua specializzazione?
Dopo essermi laureato nel 2017 ho deciso di approfondire il percorso seguendo corsi specifici su Revit.
Nel primo studio di progettazione in cui ho lavorato ho potuto coltivare questo interesse al punto di integrare completamente il BIM nel workflow progettuale, mettendolo in pratica nella progettazione applicata alla ricostruzione post sisma nei piccoli borghi.
A un certo punto ho capito che il BIM non era solo modellazione e per questo mi sono iscritto a un Master dedicato alla gestione dell’intera filiera informativa, arrivando alla certificazione di BIM Manager ICMQ.
In un territorio come quello aquilano, dominato dalla ricostruzione post-sisma, la maggior parte dei lavori riguarda oggi edifici di dimensioni medio-piccole e committenze private. Progettisti e imprese sono spesso strutture di piccole dimensioni, non sempre pronte alla rivoluzione BIM.
La società in cui successivamente ho lavorato, invece, operava anche su lavori pubblici e di grandi volumi, quindi soggetti a normative stringenti. Attraverso dimostrazioni pratiche — soprattutto grazie al dialogo continuo tra parte strutturale, architettonica ed impiantistica — abbiamo mostrato come la velocità di modifica e il coordinamento consentissero di risolvere criticità progettuali in anticipo, risparmiando tempo e risorse.

Perché ha scelto proprio la certificazione ICMQ?
Per tre motivi principali.
Il primo riguarda la garanzia di qualità: ICMQ è uno dei principali organismi di certificazione del settore costruzioni in Italia e la certificazione attesta la conformità alla norma UNI 11337-7, che disciplina la gestione digitale dei processi informativi.
Il secondo è legato al ruolo: il BIM Manager non è un disegnatore 3D. Gestisce e coordina l’intero processo informativo della commessa. Redigo documenti strategici come il Capitolato Informativo (CI) e il Piano di Gestione Informativa (pGI) e definisco le regole e gli standard che tutto il team deve seguire.

Salone delle Feste del Palazzo del Quirinale

Il terzo è il vantaggio competitivo: negli appalti pubblici complessi — soprattutto con il PNRR e la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione — la certificazione è sempre più richiesta, e spesso obbligatoria.

Nel 2025 nasce Co.Hub S.T.P. Di che realtà si tratta?
Co.Hub è una società tra professionisti a responsabilità limitata con sede a L’Aquila. Ci definiamo un “collettivo di architettura e ingegneria”. Il nome stesso suggerisce un approccio collaborativo e multidisciplinare: vogliamo essere un nodo di connessione tra competenze diverse.
Il nostro DNA è digitale: abbiamo un forte focus sulla digitalizzazione dei processi costruttivi (BIM), sulla sostenibilità e sul restauro di edifici storici, integrato ovviamente nel cosiddetto HBIM. Non siamo il classico studio tecnico che “si adatta” al BIM perché obbligato dal Codice degli Appalti; noi nasciamo con questa mentalità. Offriamo supporto a 360 gradi, dalla progettazione preliminare fino alla gestione del manufatto.
La prima gara a cui abbiamo partecipato — e vinto — riguarda il restauro conservativo del Salone delle Feste del Palazzo del Quirinale a Roma. Ci occuperemo anche della gestione del progetto lavorando in BIM: partiremo da una nuvola di punti, poi dal modello architettonico e successivamente

Salone delle Feste del Palazzo del Quirinale

dall’integrazione degli impianti e degli interventi strutturali, fino all’implementazione del modello As-Built durante le fasi di restauro.
Il nostro obiettivo è fare del BIM il linguaggio quotidiano di lavoro.

Come è organizzata la vostra società?
Siamo sei soci e prima ancora amici. Ognuno ha un’esperienza diversa: ambito architettonico e restauro, costruzioni, allestimenti museali e, nel mio caso, gestione informativa certificata. Questa multidisciplinarità ci permette una struttura orizzontale e una forte capacità di collaborazione con realtà differenti. In sintesi, l’unione delle competenze ci rende più preparati e autorevoli.
Stiamo lavorando nella nostra zona, ma partecipiamo a gare in tutta Italia, per molte delle quali occupandoci anche della redazione dell’offerta di gestione informativa, oltre che dell’offerta tecnica. L’obiettivo è crescere in esperienza e poi concentrarci sul territorio quando la ricostruzione sarà quasi terminata e partiranno nuovi progetti.
Nel frattempo, cerchiamo anche “progetti pilota”, comprese commesse più piccole, per diffondere l’uso del BIM tra tutti gli operatori. Chi lo prova sul campo difficilmente torna indietro.

Salone delle Feste del Palazzo del Quirinale

Come valuta oggi la diffusione del BIM in Italia?
Direi che è un’adozione a due velocità, ma non in senso Nord-Sud. La differenza reale è tra grandi centri urbani e piccoli comuni. Le risorse sono molto diverse.
La volontà di adottarlo esiste, ma spesso mancano strumenti e formazione. La preparazione è fondamentale: non è più possibile il pressapochismo. Io ho preferito studiare tutto il processo BIM con un master ed altri corsi di approfondimento, perché la prima cosa da fare è capire davvero il metodo. Meglio impiegare più tempo ma essere qualificati.

Guardando al futuro: come cambierà il ruolo del BIM Manager, soprattutto con l’intelligenza artificiale?
Credo che la figura dovrà evolversi, come tutte le altre professioni tecniche. Il BIM Manager diventerà una sorta di argine tra gli estremi dell’AI: dovrà governarla e controllarla affinché non prenda il sopravvento.
L’intelligenza artificiale sarà uno strumento molto utile, ma la figura del tecnico resterà fondamentale. La tecnologia aiuterà, ma responsabilità, interpretazione e coordinamento continueranno a essere umani.

 

mm

Giornalista con esperienza nell’editoria B2B coordinando l’attività di più persone in redazione e nel reparto grafico. Fotografa. Esperta in Copywriting, SEO Writing e Social Media Marketing.


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