Mario Ambrogi è architetto e BIM & AEC Innovation Manager presso Open Building, Gruppo Contec, di Verona. I suoi interessi di ricerca spaziano dal calcolo computazionale all’intelligenza artificiale, dalla gestione del patrimonio culturale digitale (HBIM/PBIM) all’innovazione nei processi costruttivi.
Come si è avvicinato al BIM e alla tecnologia digitale?
Da studente di Architettura ho iniziato a utilizzare Archicad senza sapere cosa fosse il BIM, e senza alcuna consapevolezza del fatto che Archicad, già in quegli anni, rappresentava una Virtual Building Solution, ben prima che
il termine BIM prendesse diffusione nel settore. Ho iniziato da autodidatta acquisendo negli anni una consapevolezza progressiva dello strumento. Un momento significativo è stata la tesi di laurea magistrale. Dopo cinque anni di studi ho deciso di recuperare la mia passione classica per il testo e la scrittura, gli aspetti culturali della disciplina. Ho scritto una tesi saggistica e filosofica sull’analisi delle implicazioni che lo strumento digitale porta nel pensiero e nello sviluppo delle forme architettoniche. Erano gli anni 2011-2012, un periodo in cui il BIM non era ancora un termine diffuso nel settore, anche se l’Inghilterra aveva già iniziato a pubblicare le prime specifiche tecniche. La mia ricerca si focalizzava sull’intersezione tra strumenti digitali e modalità di progettazione, partendo dalla convinzione filosofica che lo strumento non sia un mezzo neutrale, ma una prospettiva che deforma il modo di percepire la realtà e trasforma inevitabilmente il pensiero progettuale. Questo tema mi ha accompagnato in tutta la mia crescita professionale e, progressivamente, mi ha portato intorno al 2016-2017 ad approcciare consapevolmente il BIM, che nel frattempo stava maturando.
Come è passato da progettista a esperto di innovazione digitale e quali sono attualmente i suoi ruoli professionali?
Ho cambiato gradualmente la mia prospettiva professionale: da progettista tradizionale a consulente sui temi BIM e sulla consapevolezza dello strumento, fino a focalizzarmi progressivamente sui processi, la programmazione e l’approccio computazionale, e successivamente su temi come Big Data, Data Science e Intelligenza Artificiale. Oggi sono BIM & AEC Innovation Manager presso Open Building, una società di ingegneria e progettazione integrata a Verona che fa parte del Gruppo Contec. In questo ruolo gestisco i processi BIM e dirigo le attività di ricerca e sviluppo.
In parallelo lavoro da molti anni in ambito di formazione, consulenza e divulgazione sui temi BIM attraverso Openview Solutions, un Graphisoft Center dell’area Nord Italia. La mia specializzazione principale rimane verticale su Archicad, anche se il focus sulla ricerca è più ampio.

Inoltre, ho un rapporto diretto con Graphisoft Italia come Innovation Manager, consulente e esperto BIM di riferimento. In questo contesto ho sviluppato diversi contributi che oggi sono parte dell’ecosistema nativo di Graphisoft per il mercato italiano, compresa una libreria di strumenti parametrici dedicata al patrimonio culturale, acquisita completamente da Graphisoft e distribuita a tutti gli utenti nazionali.
Oggi in Open Building è anche BIM Manager, oltre che responsabile della ricerca e sviluppo: come convivono i due ruoli?
Nel mio ruolo, oltre a coordinare l’implementazione BIM e la redazione di offerte e piani di gestione informativa, cerco costantemente di integrare attività di ricerca e sviluppo, mantenendo i colleghi aggiornati su aspetti emergenti della disciplina e sull’evoluzione della filiera.
Credo che il BIM sia una base consolidata su cui costruire la ricerca futura. Digital Twin, AI e altre innovazioni si fondano proprio sul BIM come linguaggio, attraverso cui la tecnologia permette di descrivere la realtà e, in qualche misura, di governarla.
Quali sono i principali filoni di ricerca che state sviluppando in Open Building?
Abbiamo diversi progetti di ricerca paralleli. Innanzitutto, tutto ciò che riguarda l’algoritmo e i processi computazionali. Proseguiamo con attività legate a Data Analytics e Data Science, fondamentali per mantenere consapevolezza sulla qualità dei dati.

Lavoriamo intensamente anche sui Digital Twin, con approcci sia su piattaforme commerciali che su strumenti sviluppati internamente per facility e asset management, integrati con sistemi IoT avanzati.
Infine, il tema più significativo degli ultimi anni è l’Heritage Building Information Model e la sua evoluzione verso quello che abbiamo definito PBIM – Photogrammetry based Information Model.
In cosa consiste PBIM, il progetto sull’Heritage, e come differisce dall’HBIM?
Il percorso è iniziato anni fa con la convinzione che il BIM potesse descrivere il patrimonio culturale. Tuttavia, dopo anni di lavoro dedicato al tema – articoli, webinar, e-book, oggetti parametrici – ho realizzato che l’HBIM non copriva completamente il problema.
Il momento cruciale è arrivato quando Open Building ha ricevuto incarichi di restauro monumentale con il Gruppo Contec, inclusa la Colonna di Marco Aurelio a Roma e aree archeologiche nella capitale. A quel punto la domanda è diventata essenziale: come si fa a modellare in BIM qualcosa che non è mai stato “building”? Come si descrive un’opera monumentale o un’area archeologica con un linguaggio costruito attorno a muri, travi, solai e pilastri?
La risposta è stata quella di riscrivere completamente il paradigma. Non si poteva semplicemente utilizzare l’HBIM; bisognava ripensare interamente l’approccio. Così è nato il PBIM – Photogrammetry based Information Model. È un processo che mira a ottenere Information Model non più basati su strumenti parametrici pensati per il building, ma sulla capacità del rilievo fotogrammetrico di fornire modelli “as-is”. Nel PBIM la fotogrammetria produce non solo nuvole di punti, ma modelli mesh texturizzati già presenti nel rilievo. Abbiamo recentemente reso il processo completamente open source, sviluppando una piattaforma integrata basata su standard e formati aperti, bypassando la necessità di strumenti proprietari e le classiche limitazioni e compromessi dovuti all’utilizzo di ambienti generalisti.

Stiamo collaborando attivamente con diverse università italiane su questo progetto di ricerca e a breve usciranno due paper scientifici che lo documentano dettagliatamente.
Quale ruolo gioca l’intelligenza artificiale in questa ricerca?
L’AI gioca un ruolo determinante oggi. Grazie all’AI abbiamo potuto sviluppare in-house un framework aperto estremamente complesso che altrimenti avrebbe richiesto mesi o anni di implementazione. Abbiamo anche integrato un agente AI che chiamiamo “Minerva”, la dea della conoscenza che accompagna l’utente nell’esplorazione dei modelli fotogrammetrici. “Minerva” ha controllo totale della piattaforma: naviga i modelli, seleziona e descrive elementi, porta l’utente nei punti rilevanti, legge dati, esegue analisi, controlla la telecamera in realtà aumentata in funzione della posizione del visitatore.

L’intera esperienza di esplorazione del modello informativo è mediata da questo agente.
Tuttavia, rimango critico rispetto al trend attuale dell’AI nel nostro settore. C’è quello che chiamo “AI washing” – la pratica di aggiungere AI a qualunque cosa semplicemente perché è diventato uno standard di innovazione. Nella realtà, molti compiti per cui invochiamo AI potrebbero essere risolti più efficacemente e controllabilmente con algoritmi deterministici.
Quale futuro vede per l’intelligenza artificiale agenziale nel settore AEC?
L’agentic AI rappresenta un passo avanti enorme. Finché l’AI era limitata a eseguire compiti su richiesta, il controllo era relativamente diretto. Con gli agenti, il modello acquisisce autonomia decisionale sulla task richiesta, anche se l’umano formalizza l’obiettivo finale.

Tuttavia, nel nostro settore il BIM incontra gli agenti AI con uno scoglio inevitabile: le piattaforme BIM come Archicad, Revit o Tekla hanno complessità enorme. L’agente AI, allo stato attuale, ha scarsissime capacità nel controllare veramente queste piattaforme con modalità e contributi significativi, anche se la recente introduzione dei server MCP inizia senz’altro a mostrare una traiettoria irreversibile in questo senso. Credo quindi che nei prossimi anni queste limitazioni tenderanno ad affievolirsi o scomparire del tutto.
Quale consiglio darebbe ai professionisti che si approcciano al BIM e all’innovazione digitale?
Innanzitutto, è essenziale comprendere che il BIM non è uno strumento neutrale. È una prospettiva che trasforma il modo di pensare il progetto. Non è sufficiente utilizzare il software; è necessario comprendere le implicazioni filosofiche e metodologiche di questa trasformazione.
In secondo luogo, la qualità dei dati è assolutamente non negoziabile. Un modello informativo pieno di dati di scarsa qualità è semplicemente una massa di informazioni inutili. Consiglierei di investire nella comprensione profonda dei propri dati.
Terzo, innovare non significa semplicemente adottare l’ultima tecnologia uscita sul mercato. Significa pensare criticamente a come la tecnologia può risolvere realmente i propri problemi. Spesso le soluzioni migliori non sono le più sofisticate, ma le più appropriate per il contesto.
Infine, mantenere il controllo: che si tratti di algoritmi, AI o processi automatizzati, è importante conservare sempre la capacità di monitorare e influenzare gli esiti. L’automazione dovrebbe liberare dal lavoro ripetitivo, non ridurre i professionisti a osservatori passivi di processi che non comprendono.
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