La sua passione per il BIM è nata negli anni dell’università e si è sviluppata nel corso della sua carriera professionale grazie alla collaborazione con importanti studi di progettazione e associazioni del settore AEC. Oggi l’Arch. Mario Napolitano mette la sua esperienza e professionalità al servizio di enti, imprese e professionisti che desiderano intraprendere un percorso di implementazione BIM.
Quale è stato il suo percorso di studi e professionale che l’ha portato al BIM?
Ho sempre avuto una passione per la visualizzazione e il rendering e mi sono avvicinato ad Archicad quando ancora non si parlava di BIM, definendo un architetto nativo BIM. Successivamente durante l’università, un professore mi ha introdotto al software Grasshopper e, utilizzandolo, ho compreso l’importanza dei dati grazie ad una tesi di Laurea Magistrale incentrata sulle prime ibridazioni tra software BIM e VPL. Dopo la laurea, ho conseguito il Master II livello BIM Manager della Scuol F.lli Pesenti al Politecnico di Milano, che mi ha permesso di approfondire la metodologia BIM e la sua applicazione alla progettazione.
Grazie al Master, ho avuto l’opportunità di collaborare come BIM Coordinator e successivamente come BIM Expert con lo studio di architettura Matteo Thun & Partners, che segue progetti
a livello internazionale. Lo studio era all’inizio della sua transizione verso il BIM e desiderava applicarlo non solo all’architettura, ma anche all’interior design e al product design. Per me è stato molto interessante lavorare sulla standardizzazione e, insieme al dipartimento BIM, abbiamo creato una libreria di oltre 3.000 oggetti BIM personalizzati oltre che template e standard aziendali.
Dopo questa esperienza, ho scelto di intraprendere un percorso alternativo che mi permettesse di approfondire altri aspetti del BIM, in particolare quelli legati alla normativa e all’approccio open. Per circa tre anni ho lavorato come openBIM Expert e Responsabile del Programma Professione di IBIMI-buildingSMART Italia, dove ho curato e sviluppato le certificazioni internazionali per le figure professionali BIM, in conformità con il programma di certificazione buildingSMART, la UNI 11337-7 e la UNI-PdR 78:2020.
In questi anni ho potuto sperimentare cosa implica l’approccio open del BIM e la conoscenza degli standard di formati aperti promossi da buildingSMART International.
Come nasce la Napolitano Consulting S.r.l e con quali obiettivi?
Nei miei sogni da studente di architettura avevo quello di vincere un Premio Pritzker, credo che sia un po’ il sogno di tutti i giovani architetti. Il mio percorso professionale mi ha portato però a scoprire questa mia capacità di essere in grado di tramettere agli altri le mie conoscenze. Per questo oggi la mia società si occupa principalmente di fornire servizi di implementazione BIM tramite sviluppi personalizzati che spaziano dalla creazione di template, Librerie BIM e procedure/standard aziendali. Ci poniamo anche accanto ai nostri
clienti per supportarli nello sviluppo di processi di lavoro interni e della documentazione BIM (Manuali, offerte e piani di Gestione Informativa, Capitolati Informativi). Svolgiamo anche servizi di modellazione informativa, consulenza openBIM Coordination & Management per commesse sviluppate tramite metodologia BIM.
Una parte importante del mio lavoro è anche la creazione di percorsi di BIM Coaching personalizzati focalizzati sulla pratica quotidiana per permettere ai professionisti BIM di sviluppare le proprie competenze ed essere in grado di acquisire un proprio metodo di lavoro calandosi direttamente su dinamiche pratiche progettuali reali.
Credo che la parola chiave del nostro approccio sia semplificazione. Spesso, quando si parla di BIM, si tende a complicare inutilmente la metodologia, trasmettendo l’idea sbagliata che l’architetto debba essere più un informatico che un creativo. Ne sono un esempio le numerose sovra-ingegnerizzazioni dei flussi di lavoro o dei documenti di gara che si vedono sul web e su LinkedIn. Il nostro obiettivo è trasformare questa complessità in chiarezza ed efficienza.
Tuttavia, molti studi di progettazione, pur non avendo la possibilità di integrare figure specializzate, devono comunque soddisfare le esigenze progettuali legate al BIM. Per questo si rivolgono a noi: offriamo una consulenza strutturata e personalizzata, calibrata sulle reali necessità dello studio o dell’azienda. In questo modo, possono adottare il BIM ad alti livelli senza dover necessariamente integrare nuove figure professionali o ricorrere a un’esternalizzazione massiva dei servizi.
Sottrarre, invece che aggiungere significa riconoscere quale sia l’essenza delle cose e riuscire comunicarle nella loro semplicità. C’è differenza tra il creare cose semplici e il creare cose facili. Una cosa è semplice quando funziona bene…in modo semplice. In un mondo sempre più complesso, la chiave del successo per la metodologia BIM risiede proprio nella capacità di semplificare senza compromettere la qualità.
Cosa rappresenta per lei il BIM?
Ripeto sempre che, a mio avviso, il BIM, oltre a essere una metodologia e un processo, deve essere considerato come un’evoluzione naturale della figura del progettista. Nel corso della storia, ci sono state diverse evoluzioni
significative: un cambiamento radicale si è avuto con Brunelleschi, che introdusse la prospettiva, e con Leonardo da Vinci, che presentò le sezioni e i prospetti, passando così da una visione bidimensionale a una tridimensionale. Oggi ci troviamo di fronte a una nuova frontiera, quella delle informazioni. Come progettisti, dobbiamo compiere questo ulteriore salto: non basta padroneggiare un modello 3D, ma è fondamentale comprendere e gestire la struttura informativa di un progetto, affinché possa essere sempre visualizzata e utilizzata, attraverso processi di standardizzazione, automazione e semplificazione.
Cosa può rispondere a chi afferma che con l’evoluzione tecnologica si ha una minore creatività?
L’Intelligenza Artificiale e il BIM sono solo strumenti che devono aiutarci ad ampliare le nostre conoscenze per progettare nel modo più qualitativo possibile. Ritengo, anzi, che automatizzare alcuni processi possa consentire ad architetti e progettisti di esprimere più liberamente la propria creatività. La tecnologia supporta lo svolgimento di compiti che richiedono molto tempo e che spesso limitano lo sviluppo delle nostre competenze. Quando non si conoscono a fondo gli strumenti e non si sa come gestirli, si rischia di sentirsi schiavi della tecnologia, mentre essa dovrebbe essere sempre un supporto. Sono convinto che lo schizzo a mano non scomparirà mai: è necessario trovare un equilibrio tra il mondo
analogico e quello digitale.
Che cosa, secondo lei, non è ancora chiaro del mondo BIM?
Dalla mia esperienza, anche basandomi sui clienti, noto una falsa credenza secondo cui fare BIM significhi semplicemente creare un modello conforme alla normativa, salvarlo in formato IFC ed esportarlo con alcune informazioni. In realtà, il vero focus su cui dovremmo concentrarci non è la semplice visualizzazione 3D dei progetti, ma la struttura dei dati: questa è la parte più interessante e utile di un modello informativo. Il BIM è un linguaggio che ci permette di comunicare in modo efficace con gli altri. Proprio per questo, sono convinto che raggiungeremo una vera maturità in questo ambito quando, invece di limitarci a mostrare il modello digitale di un bene, si darà priorità alla presentazione della sua struttura dati, ben organizzata e di facile lettura.
Con l’evoluzione della figura del progettista perderanno senso alcune figure professionali?
Lavorando sulle certificazioni, mi sono reso conto che esiste una notevole discrepanza tra quanto previsto dalla normativa e la realtà operativa negli studi professionali. Spesso il BIM Specialist viene considerato solo un modellatore geometrico e non un gestore delle informazioni, mentre il suo ruolo dovrebbe essere proprio quello di creare e organizzare la struttura dati di un progetto.
In futuro, credo che ogni architetto o ingegnere sarà un BIM Specialist e questa figura non sarà più separata dalla professione. Lo stesso vale per i BIM Manager, spesso percepiti come figure di alto livello aziendale, distanti dal lavoro pratico e prive di un reale coinvolgimento nei software di progettazione. In realtà, nella pratica quotidiana, sono spesso chiamati a “sporcarsi le mani” anche con gli strumenti digitali.
E quando tutti saremo certificati come figure BIM, quale sarà il vero criterio di valutazione tra un professionista e l’altro? In questa prospettiva, anche le certificazioni perderanno progressivamente di valore, perché l’attenzione si sposterà sulle effettive competenze dei singoli e, soprattutto, sui risultati concreti raggiunti.
Cosa ne pensa delle stazioni appaltanti che con il 2025 si devono adeguare?
Credo che la situazione sia piuttosto complessa. Purtroppo, in alcuni enti pubblici mancano persino le competenze informatiche di base e spesso manca anche una visione a lungo termine. È necessario un ricambio generazionale, non tanto anagrafico, quanto culturale e mentale.
Stiamo cercando di standardizzare i processi in modo frammentato, mentre sarebbe fondamentale una direttiva chiara dall’alto che delinei con precisione i passaggi
necessari per garantire un allineamento generale. Attualmente, manca completamente un linguaggio comune di standardizzazioen. In Europa, siamo stati tra i promotori del BIM, abbiamo avuto la nostra occasione e ci siamo distinti, ma non siamo riusciti a tradurre la teoria in pratica quotidiana. Altri Stati, invece, forniscono direttive e strumenti pratici per agevolare e incentivare concretamente l’adozione del BIM.
Nel Codice Appalti c’è qualche elemento che, secondo lei, non è chiaro per l’implementazione del BIM negli appalti pubblici?
Esistono molti falsi miti sul BIM. Ad esempio, molti studi evitano di partecipare ai bandi pubblici perché credono erroneamente che la certificazione BIM sia obbligatoria, quando in realtà è solo un criterio premiale.
La normativa prevede che ogni stazione appaltante abbia un BIM Manager interno, ma nella pratica ciò che accade sempre più spesso è l’esternalizzazione della gestione degli appalti in BIM, senza avere le competenze necessarie per valutare correttamente ciò che viene consegnato e per sfruttare il modello informativo nella gestione futura dell’opera. Ci manca ancora la capacità di valutare la qualità del lavoro svolto. Il rischio è che il BIM diventi un business limitato ai consulenti esterni, piuttosto che un reale strumento di digitalizzazione per la Pubblica Amministrazione.
Un altro problema rilevante è l’assenza di un prezziario BIM, con la conseguenza che si richiedono tempi di progettazione troppo ristretti, senza considerare che la creazione di una commessa in BIM richiede più tempo nelle fasi iniziali, ma permette poi di risparmiarlo significativamente nella fase costruttiva.






















