Dall’artigianato artistico al computational design, Matteo Mizzaro è specializzato in progettazione parametrica ed Heritage BIM. Collabora con studi e enti di ricerca su progetti di trasformazione del patrimonio costruito, oltre a essere docente in Geometria Descrittiva presso l’ISIA Roma e formatore presso lo IAL FVG.
Architetto Mizzaro, come è iniziato il suo percorso professionale e come è arrivato al computational design?
Il mio percorso è iniziato nel campo dell’artigianato artistico. Ero maestro mosaicista e designer, avevo un laboratorio personale attivo dal 2008. In quegli anni ho collaborato su vari progetti di design anche abbastanza

complessi, dove emergeva la necessità di trasposizione in CAD di disegni e particolari costruttivi. Mi sono trovato a dover gestire superfici anche complesse, svilupparle e in alcuni casi realizzare stampi personalizzati. Da questa necessità operativa ho cominciato a studiare e utilizzare strumenti di modellazione 3D e software come Rhino. Successivamente, quando mi sono iscritto alla facoltà di Architettura presso l’Università di Udine, ho approfondito parallelamente i temi del design computazionale, in particolare Grasshopper.
Quale ruolo ha rappresentato lo studio del computational design nella sua formazione?
Il computational design ha cambiato il mio modo di progettare. Non significa semplicemente scrivere algoritmi – sarebbe riduttivo – ma imparare a strutturare il pensiero progettuale. L’approccio che ho sviluppato è olistico: ogni scelta viene valutata fin dall’inizio in funzione della costruzione, delle fasi operative e della collaborazione con tutti gli attori coinvolti. È un approccio che permette di affrontare la complessità con maggiore consapevolezza.
Negli ultimi dieci anni il computational design è cambiato profondamente. Come ha visto evolvere questo approccio?
L’evoluzione è stata considerevole. All’inizio il computational design era associato quasi esclusivamente alle grandi firme dell’architettura e alla sperimentazione formale. Oggi è diventato uno strumento trasversale: serve a progettare, analizzare dati, automatizzare processi e migliorare i flussi di lavoro. Non è più un esercizio stilistico, ma un metodo operativo.
Personalmente, utilizzo il computational design anche per questioni apparentemente “banali”: disegnare una pergola, una tettoia, una copertura. L’approccio parametrico permette di evitare il caso, partendo da volumetrie esprimibili, superfici effettivamente realizzabili, necessità strutturali e impiantistiche.
Lei utilizza anche il BIM nei suoi processi. Come integra il computational design con la metodologia BIM?
Sono sostenitore dell’open BIM. Ho lavorato a lungo su software proprietari e li conosco approfonditamente. Oggi utilizzo Rhino con plugin integrativi come VisualARQ, che mi permettono di parametrizzare tutto ciò che viene generato dagli script in un flusso dati BIM.
L’Heritage BIM è uno dei suoi principali ambiti di ricerca. Quali sono le criticità più rilevanti quando si interviene sul patrimonio storico?
Questo è un tema che ritengo fondamentale soprattutto nel contesto italiano, dove abbiamo un patrimonio costruito vasto. Ritengo che non si debba mettere tutto “sotto una teca”, né stravolgere l’esistente, bensì trovare un buon connubio tra modernità, tempi attuali e valorizzazione delle opere. Questa è, secondo me, la chiave di volta per il nostro territorio, nel grande come nel piccolo.

La sfida principale è che i software BIM commerciali sono, per così dire, “ingessati”: provengono da un mondo orientato al nuovo, e sebbene si siano evoluti nel tempo, alcune caratteristiche geometriche e costruttive del nostro patrimonio sono difficili da riportare coerentemente in un modello integrato.
Inoltre, la gestione del dato stesso è complessa. Dobbiamo chiederci: qual è il parametro veramente necessario? Cosa è indispensabile modellare per la committenza? Serve una restituzione di digital twin completa o soltanto determinati dati? Quali sono i parametri su cui intervenire? Queste domande devono trovare risposta nella geometria, poiché il dato è sempre legato a una geometria specifica.

Negli ultimi anni, il quadro normativo si è evoluto con nuovi sistemi come IDS che forniscono allegati e capitolati più accurati. Tuttavia, si tratta di un approccio ancora nuovo che richiede consapevolezza operativa.
Quali sono i progetti significativi su cui ha lavorato applicando questi principi?
Tra i progetti a cui sono più legato ci sono i concorsi, perché rappresentano l’occasione di proporre soluzioni innovative. Ho partecipato a concorsi per la riqualificazione della Torre dell’Acqua di Faenza, per l’ex Cinema Corso a Vicenza (un edificio di metà Novecento) e per un progetto di concorso a Gardone di Valtrompia, che ha recentemente fatto parte di una mostra.
Ho collaborato con l’architetto Cristiano Antonutti alla realizzazione di proposte di design urbano, come le sedute di land art presentate alla Udine Design Week e per Go! 2025 (Gorizia).
Operativamente, mi occupo di interventi sul patrimonio dismesso di particolare interesse nel territorio nord-est, legato alla militarizzazione della regione Friuli Venezia Giulia: caserme, torri piezometriche dismesse. La sfida affascinante consiste nel dare nuova vita a queste strutture, che rappresentano il tessuto urbano stratificato, senza demolire in modo insostenibile.
Continuo ad affiancare colleghi su progetti diversi, dalle piazzole ecologiche in contesti naturali delicati alla gestione di dati territoriali complessi relativi ai CAM.
Può fare un esempio concreto di come il computational design possa supportare le analisi territoriali?
Utilizzo il computational design, per esempio, per simulazioni geomorfologiche. Partendo da dati territoriali, creiamo mesh del terreno (DTM) e simuliamo i flussi idrici in caso di precipitazioni eccezionali, individuando i

percorsi di incanalamento che non emergerebbero altrimenti fino a situazioni critiche.
Queste simulazioni grafiche forniscono un’ottima percezione della validità di una geometria proposta e vengono ovviamente trasferite a professionisti specializzati. Visivamente, però, comunicano efficacemente il comportamento del territorio, aiutando le decisioni progettuali.
Lei svolge anche attività di formazione e docenza. Quali sono i principali temi affrontati?
La formazione rappresenta una parte significativa della mia attività. Nei corsi che ho strutturato affronto principalmente Rhino e, per quanto riguarda il BIM, in passato ho applicato Revit. Uno dei corsi di cui sono orgoglioso riguarda l’approccio agli edifici storici da una prospettiva sia di modellazione BIM che di gestione dei dati parametrici.
Presso ISIA Roma sono docente di Geometria Descrittiva, una materia a volte “ostica” perché richiede un passo indietro rispetto all’immediatezza del progetto digitale. Tuttavia, osservo in negli studenti una velocità di pensiero molto elevata e capacità significative.
Tra BIM e computational design, quali sono a oggi le principali barriere all’adozione di queste metodologie?
La difficoltà principale rimane economica: non è solo una questione di licenze, ma anche del tempo di formazione richiesto. Molti non vedono la ricaduta immediata dell’investimento BIM. Tuttavia, quei colleghi che hanno abbracciato buone metodologie BIM hanno scoperto di poter ridurre significativamente i tempi di progettazione.

C’è anche una difficoltà di approccio legata alla paura dell’ignoto. Non si tratta di “ignoranza” nel senso dispregiativo del termine, ma di mancanza di esposizione a questi metodi. Le nuove generazioni sono già avviate in questo percorso e rappresentano una risorsa cruciale per l’architettura e l’ingegneria italiana.
Che messaggio si sente di rivolgere ai professionisti e agli studi che guardano al BIM e al computational design con interesse, ma anche con qualche timore?
Credo che esista ancora la convinzione che il BIM e soprattutto il computational design siano strumenti riservati ai grandi studi delle grandi città. In realtà non è così: sono tecnologie che amplificano il modo di progettare, indipendentemente dalle dimensioni dello studio o dell’opera.
L’Italia possiede un patrimonio costruito unico al mondo e una straordinaria varietà di contesti, che rappresentano la vera ricchezza del nostro tessuto economico e professionale. Anche i piccoli studi esprimono competenze, creatività e capacità di innovazione: il BIM e il computational design possono valorizzare proprio questa inventiva, offrendo nuovi strumenti per affrontare problemi complessi e cogliere opportunità che spesso non immaginiamo.
Non partiamo da zero. Esistono già esempi di grande valore, come quello dell’Agenzia del Demanio, che dal 2014 ha sviluppato procedure BIM in continua evoluzione e rappresenta un punto di riferimento per l’intero settore. Anche i piccoli studi possono ispirarsi a queste best practice e adattarle alla propria realtà.
Credo in un BIM “all’italiana”, capace di interpretare la complessità del nostro patrimonio costruito con un approccio olistico e multidisciplinare. Non dobbiamo sentirci inferiori ai grandi player internazionali: dobbiamo invece fare leva su ciò che ci distingue, ossia la capacità di gestire contesti complessi con creatività, competenza e visione progettuale.
















