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Mauro Sabiu, MKSDTECH: progettare meglio, lavorare meglio

Dal BIM al coding, fino allo sviluppo di software per architetti: la professione sta cambiando più velocemente di quanto si pensi. Ne parliamo con Mauro Sabiu, architetto con esperienza internazionale tra Perkins+Will e Zaha Hadid Architects, oggi co-fondatore di MKSDTECH, realtà che sviluppa strumenti per rendere il processo progettuale più efficiente e meno dispersivo.

Architetto Sabiu, partiamo dalle origini. Come è avvenuto il primo incontro con il BIM? C’è stato un momento specifico in cui ha capito che il CAD tradizionale non bastava più?
Direi quasi subito. Già durante gli studi mi interessava tutto ciò che permetteva di automatizzare e velocizzare il lavoro. Il CAD tradizionale a un certo punto diventa un limite: disegni, ma non costruisci informazione. Quando ho iniziato a lavorare, mi sono reso conto che c’era un gap tecnologico importante. Ho deciso di colmarlo in autonomia: Revit, Dynamo, scripting. Non per “imparare un software”, ma per cambiare modo di lavorare.

Quanto tempo è rimasto in Perkins+Will prima di approdare allo studio Zaha Hadid Architects?
Sono rimasto tre anni. Poi ho trovato un annuncio di Zaha Hadid Architects che sembrava scritto per il mio profilo. Nonostante fossi in una “comfort zone”, ho deciso di  candidarmi e nel 2017 sono entrato nello studio. Il mio ruolo era fare da ponte tra design e tecnologia.
In studi così complessi il problema non è modellare, ma far funzionare tutto insieme: geometrie, dati e discipline diverse.
Il lavoro era questo: coordinamento, sviluppo di workflow e supporto continuo al team per portare il progetto dentro un sistema BIM coerente.

In uno studio internazionale di questo livello qual era il suo ruolo? Come è organizzata la struttura interna?
Ogni progetto aveva BIM Specialist dedicati. Negli anni, anche grazie alle richieste del mercato internazionale, il BIM ha influenzato tutti gli architetti, anche quelli meno preparati su Revit, Rhino e workflow avanzati.
Il mio ruolo era supportare lo studio e il team BIM nell’implementazione delle tecnologie e nel passaggio corretto degli oggetti verso Revit. Parliamo di riunioni periodiche, coordinamento delle figure coinvolte e supervisione dei processi: un vero processo BIM progettuale a 360 gradi.
Vorrei aprire una parentesi a questo punto sul ruolo dei professionisti italiani all’estero.
In Italia ci sono professionisti molto preparati, spesso formati in contesti eccellenti.
Il problema è che il mercato fatica ad assorbirli e a valorizzarli.
All’estero trovi contesti dove queste competenze vengono messe subito a sistema. È una differenza strutturale, non di talento.

Arriviamo a MKSDTECH. Come nasce e cosa fate?
Lavorando su progetti complessi ci siamo accorti di una cosa molto semplice: gli architetti perdono troppo tempo in operazioni ripetitive. Da lì è nata, con Mikael Santrolli, l’idea di non limitarsi a usare strumenti, ma costruirli.
Oggi, con MKSDTECH (www.mksdtech.com), sviluppiamo software partendo da problemi reali di progetto, con l’obiettivo di rendere il lavoro più efficiente e lasciare più spazio alla progettazione.
Non teoria, ma situazioni concrete vissute in progetto. Il nostro primo plugin è BEAM, che in poco tempo è diventato uno strumento molto apprezzato dai progettisti.

Cosa fa BEAM e perché è così diffuso?
BEAM nasce per risolvere un problema preciso: la perdita di tempo nel passaggio tra Rhino e Revit. Allo stesso tempo, sta evolvendo per aggiungere un vero layer BIM a Rhino, che oggi manca. Questa è la sua direzione, mentre l’integrazione tra Rhino e Revit resta il punto di forza.
Permette di creare elementi BIM direttamente in Rhino e trasferirli in Revit o IFC senza ricostruzione, senza script complessi e senza cambiare modo di lavorare. In pratica, riporta tempo sul design

State lavorando anche a Rhino Sync. Di cosa si tratta?
Rhino Sync affronta un altro problema fondamentale: la collaborazione.
Oggi molti team lavorano ancora scambiandosi file. Con Rhino Sync più utenti possono lavorare sullo stesso modello in tempo reale, sincronizzando geometrie, blocchi, livelli e materiali.
È un sistema di worksharing per Rhino, progettato per gestire workflow collaborativi su file condivisi, sia su rete locale che su cloud.
Sta già trovando applicazione in contesti reali, dalle università agli studi di progettazione, anche in ambiti internazionali dove il lavoro collaborativo su modelli complessi è una necessità quotidiana.

L’interoperabilità è spesso considerata il grande obiettivo del BIM: un unico modello informativo condiviso. Realtà prossima o utopia?
L’interoperabilità totale è più complessa di quanto si racconti.
Non è solo un problema tecnico: entrano in gioco logiche aziendali, responsabilità e gestione dei dati. Più che un unico modello universale, vedo sistemi che dialogano meglio tra loro. È lì che si gioca la partita.

L’Intelligenza Artificiale sta entrando anche nei software di progettazione. Nei prossimi cinque anni troverà gli errori al posto nostro?
L’AI sta già cambiando il lavoro. Tutto ciò che è ripetitivo o basato su regole verrà automatizzato sempre di più. Questo sposta il valore: meno esecuzione, più capacità decisionale. Le idee contano di più, perché oggi sono più realizzabili che mai.
Allo stesso tempo, questa accessibilità non è scontata. L’AI sta diventando un’infrastruttura, con costi, limiti e logiche di accesso che nel tempo potrebbero restringersi. Questo significa che non basta usarla: bisogna capirla e integrarla in modo consapevole nei processi progettuali.
L’architetto, ma anche il software developer, diventano quindi figure che guidano strumenti e processi, mantenendo una visione critica su quando e come utilizzarli.

 

 

 

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Giornalista con esperienza nell’editoria B2B coordinando l’attività di più persone in redazione e nel reparto grafico. Fotografa. Esperta in Copywriting, SEO Writing e Social Media Marketing.


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