BMS è una società di progettazione multidisciplinare fondata nel 1988 da Aldo Bottini, Nicola Malatesta e Sergio Sgambati, ingegneri formatisi al Politecnico di Milano. Fin dalla sua fondazione Prospettiva ha avuto nel suo dna una particolare predisposizione all’utilizzo della tecnologia al servizio della progettazione come ci hanno raccontato l’Ing. Aldo Bottini, fondatore e partner della società, e Massimo Toscano, BIM Manager.
Ci potete descrivere l’organizzazione BIM in BMS Progetti?
Seguiamo il mondo building dalla fase di concept fino all’esecuzione. Abbiamo internamente tutte le principali discipline, oltre alla direzione lavori per il cantiere. A questo si affianca un dipartimento BIM, pensato come una

funzione trasversale che supporta il coordinamento durante l’intero processo progettuale. Il nostro approccio al BIM è iniziato nel 2015 attraverso diverse fasi di sperimentazione. Oggi abbiamo adottato un modello organizzativo trasversale, un vero e proprio ‘cursore’ capace di scorrere lungo l’intera filiera progettuale per integrare e allineare ogni attività.
Quando è avvenuto il passaggio al “vero” BIM?
Abbiamo fatto il salto di qualità tra il 2019 e il 2020, quando abbiamo superato la logica dei compartimenti stagni per passare a una regia BIM centralizzata. Questo nuovo assetto ha abbattuto le barriere tra le discipline, trasformando il dialogo interdisciplinare in un coordinamento reale e costante. Oggi, questo metodo ha portato alla piena operatività della progettazione impiantistica in ambiente Revit, mentre stiamo perfezionando l’integrazione nativa tra modello fisico e strutturale, puntando alla massima efficienza del flusso di calcolo
La trasformazione delle persone?
La spinta iniziale è arrivata dall’investimento che è stato fatto già nel 2014-2015. In quegli anni abbiamo avviato una prima trasformazione interna, diventando una vera società di

progettazione multidisciplinare. Da lì, il nucleo BIM ha iniziato a entrare nelle varie divisioni in modo fluido, accompagnando un cambiamento culturale e operativo che si è consolidato nel tempo.
Il valore delle certificazioni?
Per noi le certificazioni sono utili perché qualificano le competenze interne e spesso sono richieste nelle gare. Abbiamo già completato due cicli di certificazione – nel 2020 e nel 2022 – per un totale di sei persone, e ora stiamo avviando il terzo. Non lo consideriamo un requisito assoluto, ma certamente un valore aggiunto.
Avete portato avanti il processo di digitalizzazione come parte del DNA aziendale?
La nostra digitalizzazione non è un adeguamento, ma un tratto distintivo del nostro DNA. Già nei primi anni ’90 abbiamo compiuto una scelta di rottura abbandonando i tecnigrafi per il CAD: una vera rivoluzione per l’epoca che ha segnato la nostra identità. Dai grandi progetti internazionali dei primi anni 2000, come la Moschea di Abu Dhabi, abbiamo integrato logiche tridimensionali e coordinamento multidisciplinare ben prima che diventassero standard. Siamo stati precursori in Italia, capaci di anticipare i trend esteri e investire con coraggio. Il salto finale è stato culturale: abbiamo capito che per produrre in BIM, bisogna prima di tutto essere un’azienda BIM
Come è cambiato il vostro modello organizzativo?
Il BIM Manager oggi è parte del Project Management Office e lavora a stretto contatto con pianificazione e controllo di gestione. Tutto è collegato a un processo digitalizzato che accompagna il progetto dalla sua ideazione al

controllo finale. Questa visione si è rafforzata da quando siamo confluiti in Prospettiva, la nostra holding operativa. Nata come holding di partecipazione, oggi gestisce business development, gare, comunicazione, pianificazione e controllo di gestione, oltre ai processi di transizione digitale. Mi piace descriverla come il “motore elettrico” di un’auto full hybrid: rappresenta quel 20% di energia aggiuntiva che rende l’intero sistema più competitivo, efficiente e controllato. Le nostre società partecipate hanno una logica verticale, ma condividono standard comuni e funzioni trasversali che armonizzano le attività. Questo ci permette di essere multidisciplinari e allo stesso tempo multispecialistici. Per noi il BIM non

è solo modellazione: è data information management. Vogliamo gestire i dati, non solo rappresentarli. L’obiettivo è avere controllo e continuità informativa lungo tutto il ciclo di vita del progetto.
Quale progetto cui state lavorando è risultato particolarmente sfidante?
Oggi stiamo lavorando su modellazioni molto ambiziose, con modelli multiedificio e multispecialità, inclusa la parte di arredo. Un esempio significativo è il Mandarin Oriental di Roma: nove edifici storici risalenti tra il 1860 e il 1920, un resort urbano con 110 stanze, due ristoranti, spa, piscina e un grande parco. Dal rilievo al progetto, tutto è stato gestito in un unico modello in continua evoluzione.
Qual è secondo voi il nodo critico del passaggio tra progettazione, esecuzione e gestione?
Il nodo critico? L’emorragia di dati nei passaggi di fase. Oggi ogni transizione costringe a ripartire quasi da zero, con costi e tempi inefficienti. Dobbiamo puntare a una gestione della conoscenza senza soluzione di continuità: un unico filo conduttore digitale che leghi progettista, costruttore e gestore. Non è solo una questione di software, è una questione di visione comune
La committenza secondo voi è pronta a gestire progetti in BIM?
Siamo di fronte a un’adozione ancora parziale. Sebbene il Facility Management abbia le sue piattaforme, manca spesso un’interoperabilità reale con i modelli informativi. La sfida è creare un linguaggio comune basato su dati certificati. Il settore soffre ancora di un’approssimazione che l’industria ha superato da tempo: la digitalizzazione è l’unica via per industrializzare la costruzione, ottimizzando tempi, costi e sicurezza. Il BIM non è un software da acquistare, ma una visione manageriale da governare. Il vero investimento non è nella tecnologia, ma nelle persone e nel loro cambio culturale.



















