Arturo Tedeschi: il BIM per reinterpretare in chiave innovativa

L’Arch. Arturo Tedeschi è ricercatore indipendente e computational designer, con oltre dieci anni di esperienza nell’ambito dell’architettura e del design d’avanguardia. Dal 2011 lavora come consulente per società di architettura ed industrial design (ha collaborato, tra gli altri, con Zaha Hadid Architects e Ross Lovegrove Studio). Parallelamente lavora al fianco di aziende leader nel campo dell’interior, industrial design, automotive e footwear, offrendo formazione e supporto nel campo del data-driven design e della progettazione e fabbricazione di geometrie complesse. La sua ricerca indipendente nel campo della modellazione algoritmica e design parametrico sono culminate nella pubblicazione di “Parametric Architecture with Grasshopper” (2010) e “AAD Algorithms-Aided Design” (2014), il testo di riferimento internazionale sulla modellazione algoritmica. Ha insegnato ed ha tenuto lezioni presso: Politecnico di Milano, IUAV Venezia, The University of Sydney, Dubai Institute of Design and Innovation, University of Edinburgh, AA School London, Universidad Europea Madrid. Bimportale lo ha intervistato per farsi raccontare la sua visione sul BIM e il computational design.

Ci racconta in sintesi il percorso di formazione che l’ha avvicinata alla modellazione tridimensionale algoritmica?
Ho avuto una formazione da architetto: molto tradizionale, me nello stesso tempo molto solida. Alla fine degli anni ’90 il tecnigrafo arredava ancora le stanze degli studenti di architettura ed ingegneria. Persino chi si avvicinava semplicemente al CAD subiva l’ostilità di alcuni docenti che, tuttavia, non mi sento di criticare retroattivamente. Il passaggio analogico-digitale è stato epocale e complesso ed anche quanti non hanno saputo cogliere immediatamente le nuove opportunità hanno controbilanciato didatticamente con la capacità di trasmettere un profondo interesse per il controllo geometrico dell’architettura (fondamentale per le mie ricerche successive).
Dopo la laurea e dopo cinque anni di professione e ricerca indipendente ho compreso che la superficialità, serialità ed incompiutezza di molte delle soluzioni architettoniche

dell’epoca fosse la conseguenza di limiti nella esplorazione formale e nel controllo della complessità. Ho compreso che l’esperienza, il mestiere, il metodo non erano più armi sufficienti, ma fosse necessario integrare strumenti evoluti all’interno della progettazione: strumenti di simulazione fisica, coding, di modellazione associativa, di automazione delle procedure e controllo dei processi di fabbricazione. In altri termini si trattava (e si tratta tutt’oggi) di una vera e propria evoluzione della figura del progettista.
La progettazione attraverso algoritmi è stata la risposta naturale a quelle esigenze, catalizzata dalla introduzione (alla fine del primo decennio del duemila) di piattaforme che semplificavano la scrittura di algoritmi e la integravano all’interno di software di modellazione.

Quale può essere secondo lei il ruolo e l’influenza della progettazione parametrica nella cultura architettonica contemporanea?
Quando Le Corbusier scrisse “Vers Une Architecture” cercò dimostrazioni di un nuovo modo di vivere in altri prodotti della tecnica a lui contemporanei: navi, aerei, dirigibili. Persino la copertina mette in evidenza il ponte di un transatlantico, mentre sono molto rare (ed appartenenti al passato) le illustrazioni di opere di architettura. Non è assurdo pensare che l’architetto francese rivolgerebbe oggi attenzione e ricerca al mondo liquido dell’information technology, delle app, dei nuovi servizi digitali, degli smart objects.
Il denominatore comune è costituito dai big data ed una delle sfide dell’architettura contemporanea è la manipolazione proficua della impressionante quantità di informazioni che possiamo acquisire in tempo reale e gestire all’interno di piattaforme interconnesse.
Se dati ed architettura possono sembrare mondi distanti, è sufficiente citare il caso AirBnb, i cui servizi stanno stravolgendo il dna dei centri storici monopolizzati dagli affitti brevi, ed indirettamente anche della progettazione degli spazi interni delle abitazioni. Queste dinamiche sono, appunto, il risultato di forze molteplici in grado di fluidificare attraverso le nuove tecnologie dell’informazione. Il ruolo della progettazione parametrica (definizione che userei qui come termine ombrello di una serie di approcci e metodologie differenti) è quello di poter legare il progetto alle informazioni in tempo reale. Superata ormai una prima fase formalista di sperimentazione (e talvolta di autocompiacimento), il ruolo della progettazione parametrica sarà appunto quello di mettere a sistema tutte i dati disponibili, dando vita ad una nuova concezione degli spazi basata su un problem solving evoluto, non altrimenti gestibile.

Può raccontarci qualche applicazione industriale tra le più innovative in campo, automotive, sport e architettura?
Per quanto riguarda l’architettura (ricollegandomi alla risposta precedente) trovo interessanti le ricerche concentrate sulle qualità immateriali e non misurabili dell’architettura, non limitate a soluzioni tecnologiche sulla pelle degli edifici. Mi riferisco alla progettazione innovativa di spazi attraverso l’integrazione di Iot, big data, sensori, progettazione parametrica e fabbricazione digitale. Si entra chiaramente nel terreno scivoloso della profilazione delle abitudini e dei comportamenti degli utenti, ma tendo ad essere ottimista nella prospettiva a lungo termine. E’ importante precisare che questa metodologia non escluderà mai l’uomo dal processo decisionale e la minaccia di una “progettazione automatica” è del tutto infondata.
L’automotive vive un momento cruciale: l’elettrico da un lato e le tecnologie self-driving dall’altro modificheranno profondamente il concetto di auto. Abbiamo  avuto l’opportunità di collaborare al progetto XEV citycar con componenti stampati in 3D che promette di ridurre da 2 mila a 57 i componenti in plastica con cui è costruita un’auto, tagliando di due terzi i tempi di ricerca e sviluppo.

Dal suo punto di vista come si sta evolvendo l’applicazione della metodologia BIM a livello internazionale?
Il mio campo di ricerca e di lavoro è totalmente complementare alla fase BIM. A titolo di esempio, mi è capitato di lavorare all’ottimizzazione di un complesso sistema di percorsi e flussi per un edificio, eseguibile esclusivamente attraverso l’applicazione di algoritmi genetici multi-obiettivo. Si è trattato, dunque, di una prima fase di approccio matematico al problema che ha preceduto la fase vera a propria di definizione architettonica. Dal secondo step, l’approccio BIM ha consentito di sviluppare un modello informativo, condiviso con tutti i partner di progetto. E’ interessante notare come le maggiori società di architettura incorporino veri e propri clusters o gruppi di ricerca interna con molteplici ruoli. Uno di questi è la costante esplorazione degli strumenti e delle metodologie più innovative, seguita da un lavoro di sintesi e dalla customizzazione delle tecnologie e dei software e, talvolta, dalla redazione di protocolli operativi interni ai singoli ambienti di lavoro. Molti uffici ricercano pertanto figure con un alto livello di specializzazione (BIM, realtà virtuale/aumentata, rilievo e descrizione geometrica digitale, algoritmi, interfacce).

Qual è il suo punto di vista sullo sviluppo del BIM in Italia?
Conosco principalmente lo scenario internazionale. Credo che in Italia il BIM faccia i conti con una dimensione dello studio professionale che coincide spesso con il singolo progettista (microstudio). Questo tipo di struttura non raggiunge ovviamente la “massa critica” in grado di valorizzare tale metodologia, riducendola spesso alla mera implementazione di un software specifico. Non mancano ovviamente eccezioni e molti casi virtuosi. Esempi di “gruppi avanzati” esistono anche all’interno di uffici italiani. In parallelo, la ricerca accademica e le società indipendenti di formazione e consulenza stanno effettuando uno straordinario lavoro di divulgazione e transizione al BIM che risulta sempre più importante, vista la progressiva obbligatorietà di metodi e strumenti ad esso legati.

Può raccontarci qualche progetto cui sta lavorando?
Sto lavorando ad una serie di oggetti smart per l’interior design nati come risposta a due esigenze: integrazione con i servizi digitali e l’idea di reinterpretare in chiave innovativa tecniche di produzione tradizionale. In Italia esistono comparti manifatturieri storici che possono far fronte – senza snaturarsi – ai mutamenti tecnologici, economici, produttivi. E’ una sfida interessante, che porta al centro l’uomo e la comunità.

 

 

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Giornalista professionista della redazione di BIMportale, dopo i primi anni a rincorrere notizie di cronaca e attualità ha deciso di fermarsi per seguire più da vicino il mondo dell’architettura e del design. Collabora con diverse testate di questo settore alla ricerca di progetti e nuove iniziative da raccontare e descrivere con una particolare attenzione alle idee più innovative approfondendo anche tematiche legante al rispetto dell’ambiente e alle fonti rinnovabili.