Gaia Romeo, Isegno: la conversione al BIM è un processo complesso

L’Arch. Gaia Romeo ha iniziato a interessarsi al BIM nel 2004 quando ancora non esistevano corsi o specializzazioni. Seguendo la sua vocazione per la tecnologia e per l’innovazione ha fondato Isegno, società di progettazione e consulenza BIM, dove ricopre anche il ruolo di BIM Manager.

Quale è stato il suo percorso professionale fino a diventare BIM Manager?
Come molti miei coetanei non ho seguito un percorso formativo prestabilito o lineare, anche perché nel 2004, quando ho iniziato a interessarmi di “software e metodo BIM” non esistevano Master o corsi specializzanti. Ho avuto però l’opportunità di seguire i primi corsi formativi riguardanti la progettazione digitale, tenuti da alcuni colleghi ispirati da una forte vocazione per la tecnologia e per l’innovazione, le mie due grandi passioni che hanno contribuito alla costituzione della mia attuale azienda.
Durante la decennale collaborazione con l’Università di Roma Tre, nell’ambito della didattica e ricerca applicata, ho potuto sperimentare le potenzialità della progettazione parametrica e, più tardi, del BIM.
Lavorando allo stesso tempo come consulente per società di ingegneria, ho infatti avuto modo di mettere in pratica la mia esperienza accademica, grazie ad alcuni importanti progetti esteri, nei quali iniziava ad essere utilizzato appunto il BIM. Da qui, il passo nel trasferire il know-how tecnologico e metodologico ad alcune imprese di grandi dimensioni che necessitavano di approcciare il BIM, è stato molto breve, complice anche la mia innata passione per la formazione.
Dal 2014 ho iniziato infatti a standardizzare alcuni strumenti di facilitazione per l’implementazione aziendale, partendo proprio dalla valorizzazione delle potenzialità delle risorse aziendali, nell’ottica dell’innovazione e del miglioramento continuo.

Quali sono le caratteristiche principali della sua figura professionale?
Premetto che il mio ruolo in ambito BIM è di duplice natura: sono BIM Manager di Isegno srl, la società di Ingegneria, e BIM Advisor per l’implementazione aziendale del sistema di gestione BIM.
Credo tuttavia che la figura del BIM Manager sia stata per molto tempo equivocata. Questo ruolo di guida strategica digitale è stato spesso affidato a chi dimostrava maggiore attitudine per la tecnologia, senza valutare le sue capacità tecnico-disciplinari, o di business planning, per non parlare di seniority e soft skill. Ancora oggi ci sono aziende che partono da questa idea, o dall’idea di comprare un software o una piattaforma per poter dire di “lavorare in BIM”. La conversione al metodo BIM è un processo complesso e spesso oneroso. Per questo è opportuno che sia accuratamente pianificato, in tutte le sue sfumature e con il coinvolgimento dei vertici aziendali.
Ci sono casi, inoltre, in cui il BIM Manager è confuso con il BIM Coordinator, profilo questo generalmente dedicato alla gestione della singola commessa, piuttosto che allo sviluppo e gestione dell’apparato informativo dei processi aziendali. Questo lo trovo più accettabile, anche considerando prassi analoghe seguite in alcuni contesti esteri, soprattutto in alcune piccole realtà italiane dotate di una struttura organizzativa di tipo orizzontale, dove prima di parlare di Change Management, è necessaria una buona dose di umiltà per approfondirne veramente le origini, ottenendo un chiaro benestare della Direzione.
Stiamo vivendo un momento storico in cui convivono tanti livelli di maturità digitale, e non è semplice decidere dove posizionarsi: non per tutti la scelta migliore è quella di essere sulla cresta dell’onda.
Per riassumere direi che le caratteristiche principali di un BIM Manager dovrebbero essere: capacità d’adattamento, visione olistica e orientamento al risultato.
Per le competenze trovo valido il contenuto della UNI 11337-7, anche se difficilmente riscontrabili, ad oggi, in un unico profilo.

Come opera quotidianamente con quali strumenti e con quali obiettivi?
Se parliamo di tool, quelli che uso di più sono legati alla comunicazione e Project Management, da Outlook e pacchetto Office, a Slack, Trello, Google Form: nulla di straordinario.
Personalmente mi piacciono i videogame, la fantascienza e scoprire e testare nuovi software, applicazioni, dispositivi. Raramente questo hobby ha un effetto diretto sul mio lavoro, ma credo che lo influenzi sensibilmente. Come accennato, credo che questo migliori la mia capacità di capire il contesto in cui mi trovo ad operare, per valutare con maggiore oggettività l’efficacia di un workflow, prima di proporlo e stravolgere, magari, le abitudini di un team di lavoro. Se poi mi accorgo che è indispensabile, allora la soluzione drastica resta sempre la più valida.
Il mio obiettivo personale è molto ambizioso: contribuire a migliorare la qualità di vita delle persone. Questo si può tradurre nell’efficientare i processi aziendali, nel ristrutturare una casa, nell’orientare e formare un tirocinante o un collega di mezza età. Gli indicatori sono i miei alleati più preziosi. Certamente ogni azienda decide per sé i propri obiettivi, e un modo per ottenere un ritorno dell’investimento si trova quasi sempre, anche se le direzioni strategiche oggi sono principalmente due: trainare l’innovazione o essere trainati. Il fine ultimo è la sopravvivenza.

In che modo viene utilizzata la metodologia BIM all’interno della vostra azienda?
Normalmente utilizziamo il BIM per progettare e ci adattiamo alle richieste del design team, proponendo, dove possibile, innovazione. Non gradiamo i “downgrade”, anche se a volte dobbiamo accettarli, se il contesto lo impone. Bisogna dire che spesso i tempi di progettazione o costruzione non consentono di strutturare e testare dei workflow dedicati. Per questo motivo la funzione di BIM Management dovrebbe costantemente testare l’efficacia dei workflow su commessa, prima di trasmettere le linee guida all’azienda.
Noi lo facciamo continuamente, dedicando molto tempo alla ricerca e sviluppo, ma possiamo permettercelo avendo una natura ambivalente, di progettisti da un lato e di consulenti/formatori dall’altro.
Credo che sia proprio l’assenza di un confine fra queste due anime che ci consente di navigare abbastanza serenamente in questa quarta rivoluzione industriale. Noi crediamo che il BIM sia una fase transitoria in cui la cosa più importante è convertirsi alla collaborazione e condivisione, sviluppando le soft skill necessarie ad inserirsi in un processo di progettazione, costruzione e gestione digitale del patrimonio edilizio molto più ampio. Se la customizzazione di un prodotto è ormai giunta a un livello di maturità accettabile, ora è il tempo di pensare a customizzare i processi.

Mi può parlare di un suo progetto, di recente realizzazione, progettato con metodologia BIM?
Il restauro della Villa Citterio di Cologno Monzese un progetto attualmente in corso.
Si tratta di un intervento molto interessante per la natura articolata: oltre al restauro della Villa c’è un vecchio annesso che verrà demolito ricostruito per creare uno spazio comune al servizio degli alloggi sociali presenti nella corte, oltre alla realizzazione di altri appartamenti. È la prima esperienza per la stazione appaltante, che si è mostrata molto interessata a conoscere tutte le possibili sfaccettature ed implicazioni del BIM.  Rispetto ad altre più grandi che probabilmente verranno coinvolte dall’obbligo normativo, già da gennaio 2020 o 2021, mi è sembrato molto interessante che loro si siano mossi per tempo, e ciò anche alla spinta degli architetti, che ci hanno coinvolto nel progetto e che, come noi, hanno un approccio molto innovativo, pur avendo a cuore i valori culturali e tradizionali del nostro Paese.
Abbiamo appena consegnato il progetto esecutivo, e ora il Comune sembra interessato a selezionare un’impresa che possa gestire e restituire un modello BIM per il Facility Management.

Quali sono secondo lei le prospettive future del BIM in Italia?
Sappiamo che l’evoluzione tecnologica procede a salti, e che ultimamente ha assunto una tale velocità da rendere difficile il tentativo di colmarne il gap, per chi non ha la prontezza e la curiosità di aggiornarsi continuamente. In due parole, a breve il BIM sarà un dato di fatto.
Io credo nell’Italia, per questo non sono andata via, anche se ho migrato verso il nord anno dopo anno fino a trovarmi in quella che credo sia l’unica città d’Italia con “prospettive europee”. Milano ha infatti avuto importanti cantieri e ne ancora in programma, dove la committenza ha effettivamente richiesto un livello di preparazione tale da avviare una selezione qualitativa dei progettisti. Se, da un lato, è auspicabile che ciò avvenga in tutte le città italiane, per effetto dell’obbligo normativo di adozione del BIM da aprte dalla committenza pubblica, dall’altro, potrebbero nascere alcune difficoltà, proprio per il problema di dover gestire tutto e subito, in un lasso di tempo molto ristretto. Tuttavia, ritengo che una volta superata questa fase, ci sarà un nuovo punto zero, in cui tutti potranno rimboccarsi le maniche e ricostruire una nuova professionalità, a partire dagli unici strumenti che non diventano mai obsoleti: cultura e apertura mentale. Gli italiani hanno una grande resilienza, e l’Italia ha un immenso patrimonio edilizio, per questo credo che ci sia ancora un grande contributo da dare, sfruttando gli strumenti digitali più innovativi per salvaguardare e valorizzare i nostri beni più preziosi.

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Giornalista professionista della redazione di BIMportale, dopo i primi anni a rincorrere notizie di cronaca e attualità ha deciso di fermarsi per seguire più da vicino il mondo dell’architettura e del design. Collabora con diverse testate di questo settore alla ricerca di progetti e realtà da raccontare e descrivere con una particolare attenzione alle idee più innovative approfondendo anche tematiche legante al rispetto dell’ambiente e alle fonti rinnovabili.