Andrea Tiveron: il ruolo del BIM in una economia a risultato

Andrea Tiveron è esperto di economia digitale, facility management e gestione tecnica del costruito. Nel suo ultimo libro “e-BIM: la metodologia della modellazione informativa in una economia a risultato” tratta a 360° il tema del Building Information Modeling.

Quale è stato il suo percorso professionale che l’ha portata al BIM?
Grazie a mio padre Alessandro che ne era appassionato, ho studiato informatica già dai tempi del liceo e sono diventato responsabile dei sistemi informativi di un consorzio di imprese di manutenzione ben prima della mia laurea in Finanza Aziendale, disciplina che ha sempre caratterizzato il mio lavoro e la mia attività di ricerca indipendente.
Nel 1993 ho co-fondato e-Metodi, azienda che si occupa di automazione di processo e fornisce servizi di consulenza, sviluppo software, ricerca e formazione per enti pubblici ed aziende private per realizzare sinergie organizzative. In particolare, in e-Metodi siamo specializzati nella progettazione, realizzazione ed erogazione di sistemi informativi per l’automazione di processo che applichiamo nei più diversi contesti organizzativi attraverso un approccio di tipo co-design.
In particolare, la nostra attività si rivolge ai settori della gestione tecnica, della costruzione (edifici e infrastrutture) e del facility management. Proprio al facility management ho dedicato il mio primo libro “e-Facility – modelli organizzativi di e-business per il facility management”.
Nel tempo l’idea di cercare l’innovazione si è sempre più radicata in me, costantemente alla ricerca di soluzioni che, attraverso l’applicazione dei principi dell’economia digitale, consentano di garantire il raggiungimento del miglioramento continuo nella attività svolte dalle persone e dalle loro organizzazioni.
Nel 2007 ho iniziato a lavorare su XCASE un progetto di ingegneria del software per lo sviluppo agile e incrementale dei sistemi informativi basato sull’idea secondo la quale sono i sistemi informativi a doversi adeguare alle organizzazioni e non il contrario come avviene correntemente. Un’idea di co-design realizzata con la metodologia del Business Process Management di cui oggi, a distanza di oltre dieci anni, si comincia a parlare concretamente quando Gartner auspica la creazione di nuove applicazioni democratiche e personalizzate: the tailor-made user experience.
L’esperienza accumulata in tanti anni mi ha condotto ad occuparmi diffusamente della metodologia della modellazione informativa e, al fine di dare un contributo alla sua migliore applicazione, nello specifico ambito del settore della costruzione, da qualche mese è uscito il mio secondo lavoro: “e-BIM la metodologia della modellazione informativa in una economia a risultato”, disponibile su Amazon.

Di cosa tratta “e-BIM”?
Nel saggio si parla delle origini, dello stato dell’arte e soprattutto delle prospettive del BIM, quelle della possibilità di cogliere le vere opportunità che lo studio e l’attuazione di questa metodologia può consentire di ottenere. Data la fondamentale importanza che il costruito riveste nell’economia di un Paese straordinariamente ricco di varietà dei territori e di patrimonio storico artistico come è l’Italia, il libro tratta anche di prospettive di rinnovamento realizzabili attraverso fondamentali interventi di politica economica.

A chi si rivolge il suo nuovo libro, chi è il suo lettore ideale?
I miei lettori ideali sono i giovani. Geometri, architetti e ingegneri ai quali non è offerta una visione chiara e a 360 gradi del BIM e della corretta interpretazione degli aspetti chiave della digitalizzazione della costruzione. Sono loro il futuro del costruito di questo Paese e del mondo intero e nella speranza che vogliano leggere questo libro a loro è dedicato il prezzo speciale della versione digitale, quello di una pizza. Il libro si rivolge però a tutti, soprattutto a coloro che hanno responsabilità di decisione e anche ai non “addetti ai lavori” in senso stretto, in quanto ogni argomento è trattato sempre nei diversi aspetti tecnici, economici e sociali ma in modo completamente accessibile.
Ne è un esempio il racconto che spiega come avviene la modellazione informativa, nel capitolo “Le medicine per la nonna”, dove racconto di una famiglia che studia nuovi metodi per far sì che l’anziana di casa prenda regolarmente le sue pillole: evidenzia i miglioramenti da mettere in atto per arrivare all’informazione, che è ciò che permette di prendere una decisione.
Presento il percorso della conoscenza della metodologia BIM come un viaggio in barca a vela. Ma non si tratta certo di un viaggio comodo. L’andatura è di bolina stretta perché i contenuti sono contro il mainstream corrente e quando si va contro vento si fa fatica, proprio come quando si incontra la resistenza al cambiamento in ambito professionale. Il cambiamento deve essere gradualmente forzato, così come succede quando si è al timone di una imbarcazione a vela e si “risale” il vento senza sconfinare nel suo “mare morto”.
Nell’ultima parte del libro presento l’idea della costituzione di un masterplan di tutto il territorio nazionale, al fine della sua conoscenza totale e della completa ridefinizione per dare valore al nostro straordinario patrimonio naturale storico e artistico italiano unico al mondo. Voglio infatti fare riflettere su come la materia sia collegata strettamente a prospettive di rinascita dell’economia del Paese.

Qual è secondo lei lo scenario BIM in Italia, quali prospettive?
Non credo che lo scenario italiano sia notevolmente diverso rispetto a quello internazionale. Certamente debbo osservare come l’Italia oltre ad “importare” norme legislative e tecniche che vengono decise e definite altrove continui a farlo sempre con colpevole ritardo. Questo aspetto, di una sostanziale incapacità di azione strategica e previsionale capace di creare cultura e innovazione, insieme ad una viscosità intrinseca nell’implementare le nuove evidenti tendenze all’efficientamento dei sistemi, è ciò che caratterizza il nostro Paese anche nei confronti della materia qui trattata.
In termini generali direi che con l’acronimo BIM si dovrebbe intendere la metodologia della modellazione informativa applicata all’intero ciclo di vita di una costruzione. Il condizionale è d’obbligo perché il tema del BIM è ancora chiuso e isolato nel silo della progettazione e, per molte frizioni volontarie e non, non sembra che si riuscirà con facilità a liberarlo da lì.
È un errore perseverare nel confondere la modellazione 3D e la modellazione informativa perché si tratta di due ambiti completamente diversi. Questo ingenera poi il problema della “confusione terminologica” per la quale ogni cosa viene associata al BIM.
La convinzione diffusa nella maggior parte del pubblico che il BIM sia il modello tridimensionale di una costruzione dimostra l’evidente distanza che c’è dalla essenza della materia che è nata per consentire una comunicazione informativa tra le varie fasi del processo del costruito. E, da sempre, un vero e proprio baratro informativo esiste tra la fase di costruzione e quella di gestione.
Questa mancanza di comunicazione informativa è doppiamente sbagliata se si considera il peso che ha la fase dell’uso sia in termini temporali che di valore.
In termini temporali perché non può considerarsi ancora possibile una continua nuova produzione senza prendere atto che esiste una considerevole quantità di costruito che ha superato ogni durata fisica, tecnica e tecnologica.
In termini di valore perché è la fase di gestione a rappresentare la voce di costo principale dell’intero ciclo di vita di un’opera. Si stima che per un dollaro speso per la progettazione, se ne spendano 20 per la costruzione e 60 per la gestione; ci sono statistiche che stimano che la gestione valga l’85% del costo totale del ciclo di vita di un’opera. Vale di rammentare che queste stime non tengono conto del costo di tutta la parte del costruito completamente abbandonato diffuso su tutto il territorio che per quanto detto è un fenomeno del tutto insostenibile.
Quindi, siamo ancora lontani dal cogliere a pieno le potenzialità del BIM finché ci limiteremo a utilizzare questa metodologia concependola solo per la fase della progettazione per ulteriore nuova costruzione, come se lo scopo della costruzione fosse un perfetto progetto o una perfetta realizzazione.
Scopo della costruzione dovrebbe essere oramai la capacità di ri-costruire con garanzia di risultato ovvero con caratteristiche tecniche e prestazionali che debbono perdurare per il tempo di durata stabilito.
È facile comprendere che una costruzione capace di garantire i parametri tecnici fondamentali, quelli che possono essere oggettivamente misurati in modo digitale, debba basarsi su modelli di produzione delle informazioni che coinvolgano tutte le fasi del processo, nel quale ogni fase deve avere la sua corretta e coerente collocazione in un procedimento esaustivo e non parziale.
Per tornare alla domanda e quindi alle prospettive per la materia direi che si dovrebbe immaginare una visione del tutto nuova della materia dove le necessità informative e lo studio delle metodiche per la loro definizione e successivamente produzione non nascono affatto in fase di progettazione, ma in un momento diverso, addirittura precedente alla fase del progetto. In definitiva non esiste un progetto BIM ma esiste un progetto realizzato secondo la metodologia BIM che è rispetto al progetto stesso antecedente e condizionante. Inoltre, proprio a motivo del fatto che la metodologia non può e non deve essere confusa con la progettazione va compreso come questa sia concretamente applicabile a qualsiasi parte del processo costruttivo anche qualora le precedenti fasi non ne fossero state investite. E ciò vale in modo particolare proprio per la fase di gestione ma anche sempre con maggior interesse anche per la stesse demolizione per tutte le strategie di compensazione che il digitale può consentire.
Ecco perché e-BIM, che è insieme un libro e un progetto, vuole aprire uno scenario completamente nuovo di conoscenza, prospettando un utilizzo della metodologia molto più elevato perché direttamente collegato alle necessità di una costruzione nuova se non che essere una ri-costruzione capace di garantire i risultati prestazionali.
È necessario per questo avviare un progetto a livello di intero Paese capace di utilizzare l’enorme potenzialità che il digitale costituisce al fine di generare enormi quantità dati oggettivamente comparabili sullo stato di qualità del costruito in tutte le sue declinazioni normative e tecniche.
Questa ipotesi è quella auspicata e, purtroppo per qual che si intravede, solamente auspicata, dal Ministro Giovannini quando, nell’articolo di Nicoletta Cottone “Giovannini, il pioniere dello sviluppo sostenibile alla sfida di infrastrutture e trasporti green” apparso il 13 febbraio 2021 su il Sole 24 Ore, egli afferma che il punto di partenza sarebbe la digitalizzazione delle infrastrutture esistenti. Sembrerebbe, quindi, una impostazione che vede necessaria una fase di conoscenza, preliminare agli investimenti, invocata dal ministro quando, nello stesso articolo si legge “Fondamentale per Giovannini la statistica: “Conoscere per deliberare”, famoso titolo di una delle “Prediche inutili” di Luigi Einaudi, è il suo motto. Per Giovannini, infatti, non basta far ripartire il Pil, ma “bisogna trasformare l’economia per renderla più resiliente””.
Ebbene non sembra affatto che l’orientamento dei cosiddetti progetti del recovery plan siano orientati verso tale esigenza, quanto piuttosto ad una completamente contrapposta, quella di una ulteriore nuova costruzione che ancora una volta rappresenterà una strategia effimera, perché orientata alla speculazione delle singole iniziative, incapace di dare alcuna risposta alla reale necessità del rapporto sempre più squilibrato tra il territorio, il costruito e le necessità antropiche ed economiche sottostanti.
Tra queste, in particolar modo vanno considerate quelle collegate alla necessità di provvedere alla fragilità del territorio, ad assicurare la riduzione o meglio l’azzeramento del consumo di suolo e preservare il patrimonio storico artistico di grande valore. Necessità queste che hanno bisogno di strategie e interventi di politica economica ben più importanti, ai fini di una capacità di generazione di valore dei relativi investimenti che non è nemmeno comparabile a quella prodotto dagli stessi investimenti in altri settori produttivi.

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Giornalista professionista della redazione di BIMportale, lavora da molti anni nell’editoria B2B per la stampa tecnica e specializzata. Ha scritto a lungo di tecnologia, business e innovazione. Oggi orienta la sua professione nel campo delle tecnologie applicate alla progettazione architettonica e all’imprenditoria delle costruzioni.