Elvio Casagrande, Iuav: il BIM per il management di progetto

Durante gli anni di docenza all’Università Iuav di Venezia, il Prof. Arch. Elvio Casagrande ha svolto attività di ricerca e di approfondimento sugli strumenti CAD e BIM, collegati a banche dati per l’analisi e il controllo delle varie fasi di progettazione, fino a diventare nel 2019 responsabile scientifico del Master universitario di II livello “BIM + BIM management di progetto”.

Qual è, in sintesi, la sua esperienza professionale?
Nasco come progettista e dal 1980, anno in cui ho conseguito la laurea in architettura all’Università Iuav di Venezia, ho collaborato con il Prof. Arch. Vittorio Gregotti, prima come ricercatore dal 1980 al 1982 nell’ambito del Corso di Composizione Architettonica dell’Università, e poi all’interno dello studio “Gregotti Associati” di Milano realizzando vari progetti. Successivamente, ho svolto attività di progettazione architettonica e urbanistica anche con il prof. arch. Carlo Magnani dello studio Architer di Venezia.
Nel 1987 ho costituito la società di progettazione A. T. e T. Progetti (Architettura Teoria e Tecnica), dove ho iniziato a sperimentare l’uso di tecnologie avanzate per la verifica grafico-progettuale e nel 1992 ho costituito la società I.Ter. (Informatica e Territorio) dove ho sperimentato e implementato applicazioni specifiche per Sistemi Informativi Territoriali.
Sono sempre stato vicino al mondo accademico e nel 2010-2011 ho organizzato e coordinato, per l’Università Iuav di Venezia e Iuav Alumni, il progetto sperimentale di ricerca e formazione post laurea “Progetto di architettura: gestione e controllo di interventi complessi”.
Sono diventato relatore di seminari inerenti le tematiche BIM e BIM Management, e dal 2016, docente a contratto e referente per il corso di perfezionamento e per il master universitario di secondo livello in “BIM + BIM Management di Progetto “dello Iuav.

Come è nato il suo interesse per la digitalizzazione e il BIM?
Il mio obiettivo è sempre stato quello di controllare il progetto in ogni sua fase. Alla fine degli anni Ottanta, nello Studio Gregotti c’erano tantissime persone che lavoravano e progettavano, ma non si riusciva ad avere controllo sui risultati, in particolare nella fase esecutiva. Ecco perché sono partito con l’idea di usare un tecnigrafo elettronico, Autocad, e i disegni parametrici per controllare il processo.
Ho iniziato nel 1987 a realizzare modelli parametrici con Autocad e ho proposto agli architetti dello Studio Gregotti 32 schemi costruttivi bidimensionali: muri appaiati con strutture all’interno, pilastri, isolamenti, nodi d’attacco per serramenti. Gli architetti usavano questi schemi, li integravano nel progetto che stavano seguendo, definivano le misure, la lunghezza del muro, l’altezza del pilastro, il nome del serramento… Montavano il progetto nel “puzzle”, il software che avevo creato, e questo ci consentiva di avere un maggior controllo.
Questa è stata la mia prima attività di digitalizzazione, nata dalla necessità di realizzare gli esecutivi e controllare il risultato finale. Gli architetti all’epoca sottovalutavano le potenzialità di questi strumenti, dicevano che avevano il difetto di guardare al dettaglio senza considerare l’idea nel suo complesso.
Tra il 1990 e il 1993 ho seguito una commessa legata alla gestione di un manufatto, realizzando il modello dell’edificio e facendo il progetto di gestione del patrimonio: erano gli albori del facility management!
Negli anni Novanta ho approfondito la conoscenza dei principali software disponibili sul mercato, facendo esperienza su Allplan, su Archicad, Revit, su banche dati e oggetti.

Come ha portato la sua esperienza in Università?
Facevo parte di Iuav Alumni, l’associazione di ex laureati all’Università Iuav di Venezia di cui sono diventato Presidente nel 2014. Ho pensato di invitare dei professionisti esperti di software a tenere delle lezioni di approfondimento sul tema della digitalizzazione dei processi in architettura: purtroppo non erano progettisti e si limitavano a spiegare comandi, senza far capire il potenziale di trasformazione delle procedure. Quindi, ho deciso di studiare, approfondire e di tenere le lezioni personalmente, lo facevo in forma gratuita per l’associazione laureati.
L’interesse era fortissimo: siamo partiti facendo un corso all’anno per arrivare a tenere ben sei corsi all’anno. Questo mi ha portato a diventare professore a contratto nel 2016 e a lanciare, dall’anno accademico 2019-2020, il Corso di Perfezionamento per BIM Specialist, il cui referente scientifico oggi è l’Arch. Andrea Groppello, e il master di secondo livello in BIM e BIM Management di Progetto, attualmente alla seconda edizione. Il master è destinato ai BIM Coordinator di domani, e quindi è focalizzato sulla parte operativa e sul management del progetto.
C’è un’ottima risposta da parte degli studenti, e da parte mia c’è la soddisfazione di vedere alcuni di loro già al lavoro in importanti studi italiani e internazionali.

Qual è secondo lei la grande occasione che il BIM offre al mondo dell’architettura e della progettazione?
La grande scommessa è quella di riuscire a collegare l’intera filiera del progetto: dall’idea alla fattibilità tecnico-economica, fino alla manutenzione.
È un obiettivo ambizioso che ancora non è pienamente raggiunto, soprattutto nel facility management siamo ancora ai primordi. Auspico che in futuro si potrà avere un unico modello interrogabile da tutti gli operatori, che consentirà di avere il controllo complessivo della filiera.

Quali sono i limiti oggi all’adozione del BIM in Italia?
Sicuramente il primo tema è quello dell’interoperabilità, che è necessaria ma che ancora oggi presenta dei limiti. Abbiamo grandi potenzialità nelle nuvole di punti, negli IFC, e nei software, ognuno dei quali ha potenzialità e difetti. Sono molti i progetti in corso a cui partecipo personalmente, finalizzati a migliorare questi aspetti. Cito l’impegno di ASSOBIM, di cui sono socio, nell’affrontare il tema dell’interoperabilità.
Il decreto BIM ha dato un grande impulso al mercato, ma credo che il primo errore da non fare sia quello di sottovalutare la complessità del BIM. Molti ancora pensano che il BIM sia fare rendering: non è così.
Un altro limite in Italia è l’incapacità di fare rete. Consiglio ai giovani che sanno usare bene gli strumenti di creare dei piccoli gruppi e di supportare, dando consulenza, le grandi realtà e le grosse aziende, che hanno le capacità di vincere gare e bandi.

 

 

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Giornalista della redazione di BIMportale, professionista della comunicazione e del marketing per il settore AEC – Architetture Engineering & Construction. Ha lavorato per molti anni nell’editoria B2B dirigendo una delle principali testate specializzate per l’industria delle costruzioni, per la quale è stato autore di numerosi articoli, inchieste e speciali. Durante questa lunga esperienza editoriale ha avuto modo di vivere e monitorare direttamente l’evoluzione del settore e la sua continua trasformazione, lavorando a stretto contatto con i principali protagonisti del mercato: imprese edili, progettisti, committenti, produttori. Su tali premesse nel 2007 ha fondato l’agenzia di comunicazione e marketing Sillabario, che si occupa delle attività di comunicazione e ufficio stampa di importanti marchi industriali del settore delle costruzioni.