Cecilia Bolognesi: il BIM come linguaggio di condivisione

Cecilia Bolognesi, ricercatrice del dipartimento ABC scuola AUIC, Politecnico di Milano e Coordinatrice progetto Digi Skills ci racconta il suo percorso professionale nel mondo del BIM e l’importanza prima di tutto dalla formazione per un concreto sviluppo del BIM in Italia.

Come è entrato il BIM nelle sue attività di docenza?
La modellazione geometrica/parametrica e la condivisione dell’informazione proveniente da ambiti disciplinari differenti è stata una naturale evoluzione delle mie attività in ambito accademico; mi sono formata nel campo della progettazione architettonica, e come ricercatrice il mio settore di afferenza scientifica è la rappresentazione; la condivisione dell’informazione tramite modelli parametrici per me è il cuore di una naturale trasformazione in termini di collaborazione interdisciplinare sul progetto e la rappresentazione la prima evidenza, il linguaggio di condivisione immediato. Come docente del Politecnico di Milano sento quindi l’obbligo di diffondere e spiegare quale può essere l’apporto del BIM da parte di tutte le figure del processo per modellare l’architettura. Nel 2006 ho iniziato una consulenza scientifica per l’Associazione dei Costruttori di Milano in ambito GIS; per sperimentare la collocazione dei progetti nelle coordinate urbane ho praticato modellazione 3D, spesso solo geometrica, con i software dell’epoca. I risultati in termini di attributi dei modelli lasciavano ovviamente sempre a desiderare. Da lì alla scoperta dei software di modellazione parametrici e del mondo BIM il passo è stato breve, e il confronto con il mondo del costruito immediato.

Quali sono i filoni principali di ricerca?
Il dipartimento a cui afferisco, Architecture, Built environment and Construction engineering del Politecnico di Milano, è la sede del capitolo italiano di BuildingSmart, che da anni si batte per l’interoperabilità dei formati all’interno del processo. Mi sento di dire che questa è una strada prioritaria su cui c’è ancora moltissimo da fare, e non sempre un obiettivo di facile soluzione, proprio perché il progresso in ambito BIM è rapido, tanto da rendere molte soluzioni temporanee e passibili di sviluppi anche imprevisti. Le diverse competenze che lavorano al modello/progetto spesso elaborano autonomamente a discapito del sistema federato rappresentato: l’interoperabilità dei software, dei dati, e come conseguenza la qualità dello scambio dati sono un impegno prioritario per la ricerca. Parallelamente al tema dell’interoperabilità gli sviluppi delle tecniche di acquisizione e rilievo digitale 3D hanno aperto il fronte dell’interoperabilità dei software che gestiscono i modelli provenienti dall’esistente con i software BIM oriented veri e propri, profilando contesti di grande interesse in cui la modellazione è ancora ai primordi. Il nostro paese ha qui una partita tutta da giocare; il nostro expertise nelle opere di rilievo potrebbe giocare una ruolo di grande importanza nella definizione sia dei processi che degli standard normativi. Altro luogo di ricerca presente sia nella modellazione dell’esistente che nell’architettura contemporanea o nel del design, penso all’automotive ad esempio, è la relazione tra le superfici NURBS e il modello BIM. Siamo nel campo della sperimentazione, con pochissime figure competenti che lavorano tra la generalità del tema e la specificità dei modelli su cui operano, elaborando soluzioni che diventano case history, ma ancora troppo poche per diventare regola. Accanto a questi temi di ricerca, che generano sperimentazioni specifiche e producono spesso nuove strumentazioni informatiche, ne esistono altri più generali legati alla filiera produttiva delle costruzioni in tutto il loro processo. Norme UNI o decreti quali il 560/2017 obbligano il mondo delle professioni e dell’accademia a fare un rapido calcolo di riprogrammazione delle proprie strutture e dei modelli didattici, pena l’esclusione dal mondo del lavoro. La stessa didattica con caratteristiche di innovazione è un tema di ricerca.

Con quali strumenti lavorate per formare all’utilizzo della metodologia BIM?
Parlando di strumentazione tecnica utilizziamo sostanzialmente strumenti software di modellazione grafico – parametrica, ottimizzando gruppi di progetto multidisciplinari e cercando di insegnare un’attitudine al BIM. Parlando di strumentazione didattica, all’interno della Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni a cui afferiscono diversi dipartimenti sono stati istituiti venti corsi per studenti del primo anno della laurea magistrale dedicati all’apprendimento della metodologia alla base del processo BIM. In questo contesto è nato il progetto Digi Skills, sostenuto dalla Presidenza della Scuola che ho l’onore di coordinare. Si tratta di un insieme di corsi ex cattedra tenuti da docenti competenti e brillanti reclutati internamente ed esternamente, ma anche da professionisti di centri di ricerca di grandi studi di architettura o società di ingegneria, reclutati appositamente per questo progetto. Vengono forniti strumenti di modellazione parametrica e di visualizzazione per potere elaborare e consultare il modello in qualsiasi realtà. All’interno del dipartimento abbiamo poi due master con accenti differenti sui metodi BIM, di cui uno diretto dal prof. Stefano della Torre e uno afferente al consorzio C.I.S.E., Scuola Master dei f.lli Pesenti, diretto dalla Prof.ssa Ronca. Dottorato e tesi sperimentali sono altri strumenti di grande supporto al campo della sperimentazione.

Come gli studenti si stanno orientando al BIM?
Molti percepiscono come la loro competitività passi dalla capacità di relazionarsi con il mondo BIM e comprendono la necessità di figure differenti che il mercato può richiedere, affrontando la formazione per la maggior parte con un impegno serio. Si è sviluppata una competizione in senso costruttivo non solo all’interno dell’Ateneo ma tra Atenei differenti che gli studenti confrontano e valutano. Lo studente ha capito che modellare un’architettura e gestirne le informazioni è un processo collaborativo profondo, che implica un potenziale di conoscenza dell’idea o del manufatto da replicare molto maggiore di quanto fosse qualche anno fa, più coinvolgente da tutti i punti di vista: mi sembra ci sia in atto un bel cambio di passo.

Quali sono secondo lei le prospettive future del BIM in Italia?L’innovazione del digitale nel settore delle costruzioni così come più in generale nell’industria 4.0 è una necessità imperativa, della quale tutti hanno accolto gli aspetti di convenienza: è meglio adeguarsi piuttosto che tentare una resistenza anacronistica, pena l’essere tagliati fuori dall’Europa o dal mondo. Sono di natura ottimista: credo che la nostra imprenditoria abbia compreso bene la necessità di evolversi in fretta rispetto al BIM. La prospettiva che vedo è di una rivoluzione anche bottom – up, dove una formazione adeguata sarà capace di dare il suo impulso appagando il mercato con i nostri giovanissimi finalmente in prima linea, ma anche superandolo in creatività e professionalità con il lavoro di ricerca che svolgiamo con il ruolo di operare quel sano trasferimento dell’innovazione che non segue il mercato ma lo anticipa. Siamo già su questo fronte: il BIM negli ambiti di ricerca non è più un punto di arrivo ma un punto di partenza per nuove evoluzioni e sperimentazioni, complice a volte qualche insperata congiuntura di sistema.

 

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Giornalista professionista della redazione di BIMportale, dopo i primi anni a rincorrere notizie di cronaca e attualità ha deciso di fermarsi per seguire più da vicino il mondo dell’architettura e del design. Collabora con diverse testate di questo settore alla ricerca di progetti e realtà da raccontare e descrivere con una particolare attenzione alle idee più innovative approfondendo anche tematiche legante al rispetto dell’ambiente e alle fonti rinnovabili.