Stefano Brusaporci, Università dell’Aquila: l’HBIM non è esattamente BIM

Stefano Brusaporci, Professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile-Architettura e Ambientale dell’Università degli Studi dell’Aquila, pone al centro della sua ricerca il BIM applicato al patrimonio del costruito con una particolare attenzione alle dinamiche e gli approccio nettamente differenti tra BIM e HBIM, considerando quest’ultima procedura non di progetto ma di rilievo, di studio e di conoscenza critica.

Quando ha cominciato a interessarsi al BIM soprattutto in riferimento alle sue attività di docenza?
Conseguentemente al terremoto del 2009 che ha colpito la città dell’Aquila ed il suo territorio, si è avviato un processo di restauro/ricostruzione che ha condotto a quello che può essere considerato il più grande cantiere d’Europa. Pertanto è stato naturale incentrare parte importante della mia ricerca sull’utilizzo di procedure BIM rivolte al costruito storico. Al contempo si assiste alla crescita di un generale interesse culturale e professionale per il BIM, da parte sia di enti pubblici che del mondo della produzione e dei professionisti, sempre più attenti alle implicazioni progettuali, gestionali ed economiche. Ulteriore fattore è la diffusione commerciale di applicativi da parte di softwarehouse leader in ambito nazionale e internazionale. In questo contesto declinare anche in ambito didattico il BIM è stata una scelta obbligata, soprattutto in corsi di Laurea in Ingegneria Civile e Ambientale, e in Edile-Architettura. In particolare, in quest’ultimo, viene dato ampio spazio all’approfondimento teorico-metodologico e ad esercitazioni dedicate al BIM sin dal secondo anno di corso.

Quali sono secondo lei i vantaggi di un approccio di questo genere soprattutto nella gestione del patrimonio edilizio?
Il BIM nasce per il progetto architettonico di edifici di nuova costruzione e si basa su una logica fondata sulla creazione e l’utilizzo di oggetti digitali 3D parametrici (ad esempio muri, solai, tetti, ecc.), contenenti informazioni sia qualitative che quantitative. Grazie alla possibilità di gestire un grande quantitativo di dati e informazioni (geometrici, strutturali, impiantistici, economici, ecc.), l’introduzione del BIM nel mondo delle costruzioni ha rappresentato una rivoluzione che, andando oltre il solo aspetto della modellazione, ha coinvolto l’intero processo edilizio, dalla progettazione, alla costruzione, alla gestione, alla manutenzione e infine alla dismissione.
La modalità di lavoro, introdotta con l’utilizzo di questo processo, si basa sull’interazione in tempo reale di tutte le differenti figure professionali che prendono parte al processo edilizio, le quali possono apportare il proprio contributo direttamente su di un sistema di informazioni condivise, che si configura, quindi, come un archivio interattivo del processo edilizio in tutti i suoi aspetti costitutivi. In Italia il patrimonio edilizio storico rappresenta la maggior parte del costruito, e la vera sfida è e sarà rappresentata dall’intervento sui beni architettonici e sui centri storici. Benché il BIM nasca specificatamente per la progettazione delle nuove costruzioni, la possibilità di gestire un grande quantitativo di informazioni eterogenee all’interno di un’unica piattaforma rende tale procedura di grande interesse anche per il patrimonio costruito.
In particolare, il BIM si offre per la conoscenza, studio ed analisi degli edifici esistenti, nonché utile strumento per la gestione, manutenzione e programmazione degli interventi conservativi. Infatti, la possibilità di archiviare all’interno di un’unica piattaforma le informazioni riguardanti tutti gli aspetti costitutivi dell’edificio (strutture, impianti, costi, ecc.), facilita la programmazione delle attività di gestione e manutenzione del patrimonio costruito, favorendone l’ottimizzazione sia dal punto di vista delle tempistiche che da quello economico.

Come recepiscono gli studenti queste tematiche?
Gli studenti mostrano sempre grande interesse nei confronti della tecnologia e di nuove procedure. In questo specifico caso è facile coniugare la ricerca più avanzata con applicazioni in piena diffusione. Incentrando l’attenzione sul patrimonio costruito, con le sue problematiche inerenti il connubio dell’analisi storico-critica ed il progetto di restauro, messa in sicurezza sismica ed intervento energetico, i ragazzi appaiono particolarmente attenti a processi per loro natura interdisciplinari. Penso non sia da sottovalutare il fatto che lo studio dei beni costruiti di per sé richieda necessariamente di incentrare il lavoro su “soggetti” reali (cioè edifici), aspetto che rinvia ad una attenzione pratica da riversarsi nei confronti di un referente “fisico”. Questo si sposa con applicazioni digitali estremamente avanzate, che muovono dal rilievo digitale degli edifici e dei loro contesti (scansioni 3D da laserscanner e fotogrammetria digitale da drone), e conducono alla ricostruzione virtuale tridimensionale del bene, relativa non solo alla geometria ma anche al sistema costruttivo – ricostruzione intesa sempre quale atto eminentemente critico ed interpretativo che richiede una attenta lettura, studio e affinamento di capacità interpretative –. Segue il progetto, anch’esso sviluppato nello spazio tridimensionale e secondo le numerose dimensioni temporali dello stato di fatto, progetto, cantiere, gestione dell’edificio. Credo che la forza risieda proprio in questo connubio tra le due sfere: la dimensione del reale e quella del digitale.

Su cosa si sta concentrando la sua ricerca in questo momento? 
La mia ricerca si incentra sullo studio di adeguate procedure per l’applicazione del BIM al costruito storico. Confrontandomi con colleghi e professionisti del settore, molte volte mi sembra di percepire una diffidenza nei confronti dell’applicazione del BIM al patrimonio. Ritengo che le critiche nascono soprattutto dalla difficoltà di voler applicare tout-court un procedimento dedicato al progetto del nuovo. In primo luogo gli “oggetti” parametrici, pensati per componenti costruiti con procedimenti seriali ed industrializzati, male si adeguano alla modellazione di manufatti artigianali, soggetti a degrado e danno nel tempo. In secondo luogo le informazioni disponibili per un edificio storico molto raramente sono esaustive, configurando una quadro di conoscenza ‘a macchia di leopardo’ dove talvolta si ha una conoscenza approfondita (disponibilità di informazioni storiche o diagnostica adeguata), altrove limitata, o indiretta, o spesso assente.
Semplificando potremmo dire che nell’applicazione delle procedure BIM al costruito storico si potrebbero evidenziare alcune principali questioni: difficoltà nella modellazione delle superfici geometriche, difficoltà nella scelta delle modalità di parametrizzazione e del livello di sviluppo, difficoltà nella modellazione dell’apparecchiatura costruttiva (al di sotto della ‘pelle’ dell’intonaco), limitazione dei campi di informazione disponibili, parziale adeguatezza dei software disponibili sul mercato. Quanto detto potrebbe far concludere che sia inutile dedicarsi all’HBIM, per tornare ai più “comodi” elaborati tradizionali. Tuttavia la “rivoluzione” BIM non può essere arrestata, e proprio l’Italia – forte delle proprie specifiche problematiche poste dal costruito storico – può svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo di adeguate procedure HBIM.

Quindi l’applicazione del BIM al patrimonio costruito ha bisogno di regole e impostazioni differenti?
A mio avviso, va precisato che qualora si voglia ricorrere all’HBIM bisogna effettuare un cambio di prospettiva: la procedura HBIM non è esattamente una procedura BIM. Se gli strumenti possono essere gli stessi, non lo è l’approccio teorico-metodologico. La tradizionale procedura di progetto BIM prende le mosse da un concept per sviluppare un modello “As-Built”, attraverso un percorso che arricchisce sempre più di particolari (“oggetti”) un modello predittivo. La procedura HBIM è una procedura – almeno in una prima fase – non di progetto ma di rilievo, cioè di conoscenza critica: un processo induttivo che da una realtà esistente non giunge ad un “As-Built” ma, potremmo dire, ad un “As-It-(Should)-Be”, cioè a un modello interpretativo. Questo comporta livelli di sviluppo (LoG e LoI) “a macchia di leopardo” e dove anche le informazioni inserite vanno necessariamente riferite alle fonti delle stesse, così da poter sempre essere valutate e validate in relazione ai fini della modellazione, alle caratteristiche dell’edificio, e al livello di sviluppo richiesto (quella che era la cosiddetta scala di rappresentazione). Divengono pertanto centrali le questioni di “Trasparenza” (origine delle informazioni, dirette o indirette) e di “Affidabilità” (aka “Reliability”) del modello, sia geometrica che informativa. Le linee di ricerca più avanzate sono rivolte all’integrazione con linguaggi di programmazione visuale, che consentono di ampliare a dismisura le possibilità di applicazione, personalizzando le procedure di gestione dati. Non è questo il luogo, ma tutte queste questioni sono da anni al centro della ricerca accademica e ritengo sia maturo il momento di riversare questi studi in campo professionale attraverso esperienze di ricerca applicata.

Cosa ne pensa dello sviluppo del BIM in Italia?
Purtroppo talvolta gli operatori ancora non hanno chiaro cosa il BIM rappresenti e quali potenzialità offra. Accade ancora di vedere utilizzato l’acronimo BIM col significato di modello 3D oppure per indicare un software, nei migliore dei casi (o peggiore?!) si confonde una procedura di gestione dati condivisi con uno “strumento”. Tuttavia il contesto sta cambiando, tanto nell’ambito delle pubbliche amministrazioni che nel privato. Ho la sensazione che i professionisti e gli studi tecnici si stiano attrezzando ad affrontare la sfida, e per questo è importante che gli studenti siano preparati a sostenere le richieste del mondo del lavoro. A mio avviso il problema principale non risiede tanto nel cambio di mentalità rispetto al processo tradizionale, né nell’inerzia degli uffici tecnici, che i precetti normativi andranno gioco forza a scalzare, anche se questo richiederà una adeguata – certamente non immediata – formazione del personale. Quanto nel fatto che il processo BIM – inteso complessivamente ed in senso generale – favorisce un risparmio economico ma richiede un maggior onere nella fase iniziale: questo si traduce in una maggiore spesa per la fase iniziale di rilievo – diagnostica – organizzazione dei dati – modellazione, aspetto che, soprattutto per le amministrazioni pubbliche, che normalmente devono fare i conti con risorse limitate, potrebbe rappresentare il principale limite.

 

 

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Giornalista professionista della redazione di BIMportale, dopo i primi anni a rincorrere notizie di cronaca e attualità ha deciso di fermarsi per seguire più da vicino il mondo dell’architettura e del design. Collabora con diverse testate di questo settore alla ricerca di progetti e realtà da raccontare e descrivere con una particolare attenzione alle idee più innovative approfondendo anche tematiche legante al rispetto dell’ambiente e alle fonti rinnovabili.