Il progetto e il Nuovo Mondo – Verso altri paradigmi per la progettazione

“Veramente vivo in tempi bui
E non è per rovinarti il pranzo
Che ti dico arriva la marea
E tu la scambi per entusiasmo”
Tempi bui, I Ministri

Non è un caso che, in questo momento di grande emergenza, Twitter e tutti i social network non siano più affollati da potenziali Allenatori della Nazionale, bensì da Data Scientist, esperti di statistica e dei grafici con cui rappresentare l’andamento dell’epidemia.

Ci siamo abituati ad avere tutto sotto controllo: musica infinita sui nostri smartphone e dati sui più frequenti ascolti, numero di passi giornaliero ben monitorato, progressi o flessi della nostra attività fisica, spostamenti registrati ai limiti ciò che sia sano sapere di sé stessi e di chi ci sta vicino.
Non è un caso che tutti vorremmo sapere di più, perché oramai avere accesso a una grande quantità di dati, anche se vista come ghiacciolo nel nostro drink rispetto all’iceberg che è in realtà, fa parte della nostra vita.

E questa grande quantità di dati è la più grande promessa mantenuta dell’era di Internet, perché, come ci racconta Massimo Mantellini nel bellissimo e acuto saggio Bassa Risoluzione, gli iniziali intenti archivistici del web si sono visti superare da obiettivi che andavano in un’altra direzione. Questa abbondanza di offerta ci ha infatti consentito, più o meno consapevolmente, di ridurre alcune delle nostre aspettative nei confronti di gran parte dei media con cui entriamo in contatto ogni giorno, dalle immagini alle notizie, in molti dei contesti che ci stanno a cuore, dalla scuola alla politica.
E qui viene la mia domanda: nelle professioni tecniche, cosa è avvenuto?
Cosa è avvenuto in quelle professioni, come quelle legate alle costruzioni, in cui la riduzione della risoluzione, in senso Mantelliniano, non è necessariamente fattibile, per questioni di etica, di responsabilità, di necessità tecnica dell’approfondimento?
Per capirlo, dobbiamo tornare un attimo indietro al 1979, quando Philip B. Crosby, nel suo “La Qualità è Gratis” e con la teoria “Zero Difetti” dipingeva un quadro, forse utopico, ma molto utile per la gestione della produzione e dei servizi.
Qualità come conformità a requisiti definiti in modo preciso a priori, Qualità come prevenzione e non controllo a posteriori, Qualità come preoccupazione del management e non come ufficio separato e indipendente, Qualità come risparmio sui costi dell’inefficienza (i cosiddetti costi della non-qualità).

Tutto questo bagaglio di buoni propositi è ormai radicato nella cultura industriale e manifatturiera, mentre lo è meno nel mondo dei servizi e soprattutto, nella progettazione e nell’industria delle costruzioni.
Che relazione hanno le teorie della qualità con il mondo in Bassa Risoluzione di Mantellini?

Se da un lato molti dei dati a cui si faceva riferimento all’inizio (dal numero dei passi al meteo) sono oramai il frutto di sistemi automatizzati legati a sensoristica che – con una pazienza letteralmente disumana- raccolgono e archiviano dati quasi pronti ad essere analizzati, a innescare algoritmi e a semplificarci la vita, dall’altro lato la creazione di qualcosa di nuovo – operazione che inizia con il Progetto – presuppone il fatto che non ci siano dati da raccogliere, realtà da constatare. È chiaro che se vogliamo applicare lo stesso spirito d’analisi alla creazione al progetto, abbiamo bisogno di metodi e strumenti più potenti di quelli di cui disponiamo.
Nell’ambito delle costruzioni da qualche anno l’introduzione del BIM e di metodi digitali sta contaminando le competenze e rimettendo in gioco alcuni punti fermi come la sintesi, il controllo del progetto, la confrontabilità, l’organizzazione di processo, basandosi su criteri più oggettivi, o presunti tali.

Ad alcuni farà un po’ effetto parlare di BIM in un momento come questo, “abbiamo altri problemi a cui pensare”, “almeno il superfluo adesso si può eliminare”. Eppure da altri punti di vista il digitale in questo momento di quarantena ha pervaso quei pochi angoli delle nostre vite che erano da questo rimasti a digiuno.
‍La percezione dell’introduzione di questi metodi e strumenti si è dovuta confrontare fortemente, in questo decennio che si appresta a concludersi, con qualcosa di simile a uno scontro generazionale: da un lato professionisti con esperienza, dall’altro giovani entusiasti dapprima di essere utili, di poter essere disruptivi poi, fino al voler aggiungere qualcosa: voler aggiungere qualcosa alla progettazione, all’industria delle costruzioni.
È forse utile tornare all’etimologia di una parola importante e spesso relegata ad aspetti estetici, per nulla centrali nell’economia del tutto: Architettura.

ἀρχή (archè) e τέκτων (técton)
Il principio e la sua realizzazione, la guida dell’invenzione, della costruzione, le regole e la fabbricazione.

E tutto questo torna intimamente a che fare con quella logica della qualità di Crosby: qualità come definizione delle specifiche, come guida della realizzazione.
Il digitale per l’architettura troppo spesso si è visto relegato in due compartimenti stagni, figlio del mondo analogico dal quale viene il Progetto: la visualizzazione per la progettazione schematica, il concept da una parte; la tecnica, il coordinamento, la modellazione di dettaglio, i dati, per il Design Development, dall’altra.
Tra i due, la grande tentazione di porre un osservatore fisso a validazione delle scelte e dei requirements, ormai così oggettivi.
Le opportunità che la gestione dei dati offre alla parte di programmazione, dispace planning, di concept sono ampie tanto quanto, se non di più, quelle offerte alla progettazione tecnica, e come ci insegna Crosby, sarebbe un grande errore servirsene solo come controllo di quanto eseguito: sarebbe il controllo qualità, quando è la prevenzione l’arma vincente.
Pensiamo a uno dei grandi cavalli di battaglia del BIM, la Clash Detection: è vero che questa può essere intesa in senso preventivo, perché è senz’altro meglio risolvere un problema a progetto che un problema in cantiere.

È altrettanto vero però, che nell’ottica di ottimizzare un processo di progettazione, questa corrisponde a un controllo qualità a posteriori, e non preventivo. Quello che ci serve è un processo che anticipi questi problemi. Il problema delle interferenze geometriche però, non è affatto il più interessante… Ci troviamo in un mondo dove possiamo imparare da noi stessi, mettendo a sistema le metriche di progetti diversi, definire standard e rapporti tra le parti non più in senso solamente compositivo, ma in senso programmatico, in senso spaziale.

Abbiamo l’opportunità di applicare logiche numeriche per provare a scavare nell’efficienza di ciò che progettiamo, e di averle lì, pronte per essere consultate nel prossimo progetto e in quello dopo ancora. Dobbiamo avere il coraggio di disaffezionarci allo strumento del disegno,non eliminandolo dal nostro modus operandi, ma riequilibrandone il potere.

‍‍Dobbiamo, insomma, cominciare a utilizzare i dati per progettare, e non per analizzare quanto progettato.

L’architetto e l’ingegnere che vogliono dominare il progetto di oggi si trovano di fronte alla possibilità di non relegare agli smanettoni queste tematiche, ma di comprenderle a fondo per piegarle a una sfida: ἀρχιτέκτων

 

(‍Si ringrazia per l’articolo l’autore e BIMland, il team BIM di Lombardini 22. L’articolo è pubblicato anche sul magazine web di Lombardini22 a questo link )

 

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Architect _ BIM Manager presso Lombardini22